Esistono molte definizioni e moltissime riflessioni che cercano di delimitare e descrivere le varie arti, cercando di suddividerle, classificarle.
Non essendo un filosofo che si occupa di estetica, la mia trattazione non ha alcuna pretesa di essere completa o esaustiva, né tanto meno di apportare un nuovo punto di vista o far luce su qualche nuovo aspetto finora sconosciuto. Quello che segue, quindi, è semplicemente esporre come sarà utilizzato il termine «arte» in questo blog.
Di solito si dà un’accezione qualitativa al termine, ma questo non permette di capire quando un’opera sia considerabile arte, né risulta utile per capire se una forma lo sia o lo possa diventare, in quanto alcuni quadri li consideriamo in questo modo e altri meno, e lo stesso vale per ogni attività creativa (scultura, musica, etc.). Ne consegue che trovare una definizione intuitiva non risulta semplice.
Per quanto riguarda le opere d’arte in generale, si può facilmente vedere che ciò che le distingue:
non è il supporto usato, visto che varia da tecnica a tecnica, e addirittura, come nel caso della performance art non sempre ce ne hanno bisogno;
non è l’abilità tecnica richiesta nella realizzazione, né la natura del contenuto
non è la loro unicità, perché ad esempio i romanzi possono essere copiati infinitamente e ogni copia mantiene il valore artistico dell’originale, mentre per un quadro non vale lo stesso;
non è nell’impatto emotivo che trasmettono, perché ad esempio c’è l’arte concettuale che differisce molto da quella paesaggistica o dal ritratto in tal senso;
non sta nella bellezza rappresentata, perché a volte è proprio la bruttezza del soggetto o la dissonanza a dare valore artistico all’opera, così come non lo è la bellezza formale, dato che questa potrebbe manifestarsi anche solo in un mero esercizio tecnico;
non è l’originalità dell’opera, come dimostrano i ready made, e in particolare la Fontana di Duchamp (che è un orinatoio, il quale è stata anche sostituito perché l’originale si è rotto nel trasposto).
Non abbiamo quindi alcun criterio per identificare un certo insieme di oggetti come opere d’arte, e quindi quest’ultime non costituiscono una classe, ma possiamo considerarle come una famiglia, seguendo la visione di Wittgenstein.
La famiglia delle opere d’arte
Nelle Ricerche filosofiche il filosofo e logico austriaco pone in relazione tutte le forme d’arte come fibre di un’unica fune che la percorrono da un capo all’altro: non è la singola fibra ad essere una corda, ma diverse fibre, legate assieme in modo che il risultato sia integro, solido, un oggetto unico, più robusto e solido delle singole parti che lo compongono. Allo stesso modo non esiste una caratteristica che tutte le opere d’arte hanno in comune, ma si tratta piuttosto di una fitta rete di somiglianze che lega ogni opera all’intero dell’insieme delle opere d’arte creando qualcosa di organico. In tal senso ricorda il concetto della famiglia, dove i genitori non sono legati da parentela o tratti somatici (se non per puro caso), ma entrambi hanno qualcosa che si ritrova nella loro discendenza, e in quella dei loro fratelli e sorelle, e così via; in tal modo, l’insieme familiare è coeso e legato da una rete di somiglianze: ed è esattamente ciò che avviene con le opere artistiche.
Questo modello si può applicare a tutte le espressioni e le diramazioni che l’arte ha assunto nel corso dei millenni, andando a unificare sotto questa parola attività diverse come la pittura e musica, infatti solo a cavallo tra ’700 e ‘800 inizia a prendere forma la nozione canonica di <<arte>> come la usiamo ora, concludendo una percorso iniziato due secoli prima, quando si iniziano a scorgere delle somiglianze tra tutte le forme espressive usate fino a quel momento dall’uomo, e quindi riunendole appunto sotto un’unica famiglia, forse più vicina a quella animale che quella logica usata da Wittgenstein.
Non è Arte: diventa Arte
Questo discorso, però, funziona solo quando cerchiamo un elemento oggettivo che accumuna tutte le altri a priori, cioè se io volessi rendere artistico un qualcosa ragionandoci a tavolino, utilizzando un elemento o forma espressiva, ma…
…l’Arte non esiste, perché è un messaggio; prima di tutto esiste la comunicazione.
– Bob Liuzzo
Esatto, l’arte a priori non esiste: esistono gli artisti, e in quanto la comunicazione è parte integrante della nostra specie, tutti possiamo diventarlo. Come? Dando forma a un messaggio, perché è questa la differenza rispetto a un mero gesto tecnico, atto magari a rappresentare qualcosa o a compiere un esercizio di stile: se ciò che è stato fatto comunica qualcosa, e quel qualcosa, in qualche modo, cambia il mondo[1], e questo avviene anche solo facendo provare qualcosa (un’emozione, un’esperienza, etc.) a qualcuno, allora diventa arte.
Gli artisti, e di conseguenza chi ne promuove le opere, hanno ovviamente un ruolo centrale perché, oltre ad essere un fonte d’ispirazione, ma non per ciò che producono direttamente, ma per ciò che hanno pensato per produrre quello che poi chiunque può fruire, e cioè il come far esperire la propria opera (o performance) agli altri.
L’importante nell’arte creata è sempre la scelta volontaria dell’esperienza percettiva.
– Vincenzo Bordoni
Quindi forse sta in questo un’altra delle caratteristiche dell’arte: il veicolare un messaggio, facendo vivere un’esperienza unica, percettiva, forse anche intellettuale, in modo consapevole; e in questo il linguaggio, la tecnica, e il mezzo scelto, sono tutti strumenti che possono far elevare una qualsiasi opera (un qualsiasi remix) ad arte.
La risonanza tramite la simulazione
Il cambiamento non è dato dal semplice intrattenimento, quindi le opere che permettono di evadere dal quotidiano non sono arte, anzi, possono diventarlo quando esse non agiscono come semplice distrazione, ma come simulazione.
Per comprendere meglio questo concetto, serve introdurne un altro: la resilienza, che in ingegneria descrive la capacità di un corpo di resistere alla torsione, così come la velocità di ritornare alla sua forma originale dopo essere stato piagato. In psicologia, invece, viene usato nello studio dello stress, dove si è notato che la visione di filmati e strisce a fumetti in cui dei personaggi superavano delle sfide importanti, aumentava la capacità di affrontare le difficoltà.
I capolavori sono sparsi per il mondo come segnali d’avvertimento in un campo minato
– Andrej Tarkovski
L’arte quindi ci prepara al pericolo, al prossimo passo. La finzione ad esempio (letteraria, cinematografica, etc.) ci permette di vivere in modo sicuro esperienze ed emozioni che non abbiamo ancora incontrato, preparandoci per quando la realtà ci metterà di fronte a quelle difficoltà. In questo mostra una delle sue caratteristiche fondamentali: l’anticipazione delle realtà.
È il segnale a cui fa riferimento Tarkovski.
In sostanza, la resilienza si sviluppa in quanto l’arte anticipa gli aspetti della realtà, e permette di creare strutture capaci di affrontare le difficoltà che si presenteranno, permettendo di sperimentarle prima in un non-luogo sicuro.
Secondo Vittorio Gallese, membro dell’equipe che ha scoperto i neuroni specchio, osservare un’opera d’arte fa azionare certi neuroni, legati ad un aspetto premotorio, come se stessimo noi dipingendo, scolpendo, scrivendo… quindi esperire un’opera d’arte permette di simulare e allargare in modo virtuale le nostre esperienze. In tal senso l’arte è simulazione che aumenta la resilienza, e lo fa tramite una sorta di immedesimazione, che è mettersi nei panni dell’altro, ma ha anche la funzione di trovare al proprio interno i meccanismi che hanno permesso all’altro di sviluppare quel tipo di espressione che stiamo sperimentando tramite l’opera.
Rick Dufer, durante una chiacchierata con Gennaro Romagnoli (nel podcast Daily Cogito del 1 ottobre 2018), esprime come questo meccanismo ricordi la monade di Leibniz, la quale è il soggetto che dentro di sé ha in potenza l’intero universo, cioè è il soggetto che trova dentro di sé i meccanismi che lo possono portare a vivere un’esperienza (anche immaginifica) che un altro ha vissuto, in quanto veniamo tutti dallo stesso luogo (evolutivamente parlando), e quindi il mio modo di provare certe emozioni, seppur diverso da ogni altro, ha la medesima radice:
…per cui l’opera d’arte permette di approfondire le corde che permettono a queste mie sensazioni di vibrare, al punto di metterci in contatto. È forse questo che rende immortale un’opera d’arte: ci fa tornare indietro nel tempo e ci fa toccare corde che evolutivamente veniamo tutti dallo stesso luogo.
– Rick DuFer
Gennaro Romagnoli sottolinea come in psicologia vi è un concetto simile: la risorsa, cioè il trovare dentro di sé qualcosa che qualcun altro ha già avuto, ma che tu riconosci perché risuona dentro di te: attivi quella parte inconscia di te, e la proietti sul mondo, iniziando a vedere la realtà con gli occhiali di quell’autore, anche dopo aver finito di usufruire di quell’opera.
https://www.youtube.com/watch?v=dMfPgFdaEBA
È po’ quello che Allen Ginsberg dice a proposito di cosa sia per lui una profezia: non qualcosa che prevede un evento futuro, ma un’opera che riesce a racchiudere in sé qualcosa di universale, capace di arrivare col suo messaggio inalterato anche alle generazioni future, in modo che, davanti ad essa si verifichi l’evento previsto e voluto dall’autore. E questo è possibile grazie a quello che Jung chiamava inconscio collettivo, che è la traccia del nostro legame evolutivo, che fa sì che tutti noi condividiamo un linguaggio simbolico radicato nel profondo, che influenza le nostre percezioni, e quando un’artista riesce ad utilizzarlo, portando alla luce qualcosa che era celato e ancestrale, e a dargli forma, ecco che può arrivare a toccare quelle corde e avverare quella profezia creando una simulazione che sviluppa la resilienza tramite l’immersione nell’opera, che entra in risonanza con noi e fa emergere la risorsa, o apre un po’ più la nostra monade (per dirlo alla Leibniz)… diventando Arte.
Linguaggi diversi => Forme d’arte diverse
Verrebbe da chiedersi: se si lega è un legame con una simbologia universale per noi, perché tanta varietà? La risposta risulta semplice: siamo tutti diversi, e per questo non tutti rispondiamo in modo uguale a stimoli diversi, a linguaggi, quindi abbiamo bisogno di porte diverse per accedere a quella parte profonda che scatena le emozioni e ci fa entrare in contatto con l’autore e con la nostra parte più profonda; e per questo l’Arte emerge e si manifesta in forme diverse, con un nucleo unico che la caratterizza e che permette quindi a ogni singolo prodotto (o spettacolo) di diventare artistico. Per questo non vi è un linguaggio, una sola proprietà o un solo modo di esprimersi che può essere divenire Arte, ma molteplici, che hanno portato un’innovazione e una nuova concezione, a volte una vera e propria rivoluzione, al pari (se non superiore) a quello del susseguirsi delle correnti nel corso della storia.
In Conclusione
Tutto questo, più che una panoramica sull’arte, serviva a capire come verrà usato d’ora in avanti questo termine, e cosa si porta dietro, quale cultura quale società, quali spunti e pregi e quali limiti, e proprio partendo da questi e dalla capacità di lanciare messaggi, creare un cambiamento di percezione, un ponte comunicativo, per abbattere il muro tra le due culture.
Perciò non mi resta che chiudere con una citazione del nostro Bob Liuzzo e darvi appuntamento al prossimo articolo:
Impara l’Arte e mettila da parte, perché quello di cui il mondo ha bisogno non è Arte: è cambiamento.
Bordoni, V. (2017, Maggio 11). la SCIENZA, è ARTE? ArtFutura tra Digitale ed Innovazione Estetica. Tratto da vKlabe – Vincenzo Bodoni: https://www.youtube.com/watch?v=EQ19x8rW15o
Velotti, S. (2015). Quando è arte? Gius.Laterza & Figli Spa.
[1] Un esempio significativo, fatto dallo stesso Bob, è il logo I ♥ NY creato da Milton Glaser come strumento di marketing per risvegliare l’attaccamento dei newyorkesi alla propria città, ed è quindi diventato un simbolo e veicolo della rinascita di quel territorio e della sua società, cambiando così, in una sua piccola parte, il mondo.
Sono passati quasi vent’anni da quando, rimirando il mio infinito formato dai tetti del mio paese e i giochi di forme e colore delle nuvole dopo un temporale, iniziai a scrivere, per fermare il momento, per immortalare quella visione in parole visto che non avevo alcun modo di fotografarla. Da lì in poi, iniziai a scrivere, grazie all’infinito, alle diverse forme in cui si è manifestato, dal cielo stellato ad occhi come un mare in cui è dolce naufragare, e ancora l’infinito m’ispira. Per questo, non potevo non iniziare questa nuova avventura se non parlando di colui che con le sue parole, in pochi versi, è riuscito a descrivere quell’ispirazione.
L’Infinito non nasce per caso, frutto di un’ispirazione improvvisa, come evento eccezionale nell’opera di questo artista, ma ha radici profonde che risalgono fin dalla sua prima opera, e riecheggia fino alla sua ultima pubblicazione postuma: l’operetta morale Copernico.
Prima de L’Infinito: i saggi giovanili
Leopardi, “il primo dei moderni” per la poesia, è l’ultimo dei classici per la commistione di scienza e arte su cui si basa la sua sensibilità, il suo approccio al mondo, e la sua capacità di spaziare e usare concetti di entrambe le culture nelle sue riflessioni e nelle sue poesie; quell’etichetta può calzargli solo di fronte alla satira che faceva verso la tecnica e macchine. Questa sua erudizione si manifestò per la prima volta con i saggi Storia dell’Astronomia e Saggio sugli errori degli antichi.
L’amore per l’astronomia
Ad onta del suo assoluto dominio continuato per tanti secoli, ad onta della persuasione quasi di tutto il mondo, Copernico si accinse all’impresa, e le difficoltà istesse accrebbero il suo coraggio. Convenia convincere di errore tutti gli uomini, mostrar loro che il credere la Terra immobile e mobili gli astri, era un inganno, e persuaderli a negare fede ai loro sensi. Copernico disprezzò tutti questi ostacoli, e ne trionfò. Egli fu un fortunato conquistatore, che fondò il suo trono, sulle ruine di quello di Ptolomeo.
– Giacomo Leopardi, Storia dell’astronomia dalle origini all’anno MDCCCXIII
Quegli studi e quelle riflessioni furono la base di ciò che lo portò a scrivere le poesie che lo resero celebre e le riflessioni e le prose che mostrarono come non vi era un semplice letterato, ma uno dei più attenti pensatori del suo tempo.
L’influenza dell’antichità
In particolare, furono due gli autori che influenzarono maggiormente il giovane Giacomo: Lucrezio con il suo De Rerum Natura (che sappiamo lesse all’età di 12 anni e da cui prese il suo atteggiamento nei confronti della natura) e Plutarco, che con i suoi Moralia, dette le basi concettuali e l’ispirazione stilistica per le Operette morali, che si pongono essere la rivisitazione personale e moderna dell’opera del filosofo greco.
La visione della Natura
La concezione della natura e del mondo di Lucrezio, il materialismo spietato e senza scampo e l’essenza della Natura Matrigna e indifferente al genere umano, ha influenzato Leopardi per tutta la sua vita e questo traspare sia nei Canti, come Canto di un pastore errante dell’Asia, che nelle Operette Morali, e in particolare nel Dialogo di un islandese e della Natura.
Nel canto, abbiamo un pastore che riflette sulla vita, che è una costante sofferenza, e paragona la via al percorso della Luna a cui egli rivolge domande retoriche e al quale, però, l’astro celeste rimane muto, come rimane inerte davanti all’infelicità, per quanto lui sia certo che lei sappia e riesca a comprendere le sue parole.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia letto da Arnoldo Foà; musica di Beethoven, sonata n.14 “Chiaro di Luna”
Nel dialogo, questo aspetto, esplode con la Natura che risponde ad un islandese giramondo che, in qualche modo, da essa, cerca di sottrarsi, e che alla fine finisce inesorabilmente per confrontarcisi, faccia a faccia. Qui l’islandese, la accusa di essere nemica degli uomini e carnefice della propria progenie, per tutte le malattie e le intemperie che ci lancia contro, ma lei risponde che neanche se ne accorge e che non cambierebbe molto se l’umanità si estinguesse, e che la vita come tutto l’universo rientra in un circuito di creazione e distruzione, necessario all’esistenza stessa. L’islandese però rimane con una domanda: quale sia il senso di una vita votata al dolore, la stessa del pastore del precedente canto.
Lettura del Dialogo della Natura e di un islandese letto da Simone Barison
La concezione poetica
Un altro legame con l’antichità si vede proprio nella scelta di chiamare Canti le proprie poesie quando vengono pubblicate nel 1831, anche se già nelle prime composizioni (quelle tra 1818 e il 1821) si evidenzia la concezione di una poesia che richiama la forma orale, di una letteratura che quindi si rifà più alla voce che alla scrittura, tramite l’utilizzo della canzone (si tratta appunto delle sue “canzoni civili”). La decisione di chiamarli <<canti>> risiede nel volersi distanziare dai sonetti, che hanno una forma chiusa e determinata ancora prima di scrivere, in quanto predilige una forma più aperta, proprio perché la poesia per lui è come un canto interiore, un qualcosa di naturale che emerge dallo spirito umano e perciò raggiunge il suo apice quando è libero (questo modo di intendere la poesia lo si ritrova anche in Whitman e in Ginsberg, anche probabilmente senza che vi sia stata alcuna influenza diretta del poeta di Recanati).
Nella seconda della sei sezioni dei canti inoltre c’è un altro legame con la tradizione greca, cioè il ricorso all’idillio: una forma poetica breve, che ha lo scopo di restituire un quadretto campestre, pastorale, in pace con il mondo o l’ambiente circostante. Questa sezione inizia proprio con L’Infinito.
L’infinito poetico e reale
Manoscritto originale de L’Infinito di Giacomo Leopardi (1819)
Il primo idillio parla di spazi immaginati al di là dell’orizzonte, immensi, senza confini; di silenzi che non possono essere umani e una quiete profonda: l’universo immaginato oltre il cielo che una siepe nasconde.
Non è un infinito reale, ma visto solo con gli occhi della mente, percepito tramite paragoni, non d’immagini, ma ad esempio tra i suoi suoni e il silenzio, questo sì infinito e senza confini o direzioni, e per questo suggerisce un’altra infinità: di tempo, come se fossero legate, ma anche l’eterno giunge solo tramite il pensiero per induzione (tutte le n stagioni passate, e l’attuale n+1). In tutto questo il pensiero annega, naufragando dolcemente quelle percezioni mentali, e che, personalmente, può avvenire ammirando certi occhi che mi rievocano quel verso finale.
Non c’è solo questo: ma in quei versi vi è un eco, se non una citazione ai Pensieri di Pascal quando scrive
“Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi atterrisce”
– Blaise Pascal, Pensieri, n 201-206
frase che si riferisce all’assenza delle sfere celesti.
La musica delle sfere
La musica delle sfere discende direttamente dal mondo greco, in cui si associavano le note musicali ai pianeti e il loro moto. Essi (insieme alla Luna, il Sole e le Stelle fisse) sono incastonati in sfere, secondo il modello geocentrico, le quali ruotano con un periodo costante, e per cui con una frequenza precisa, alla quale era quindi possibile associare una nota musicale. Questa visione aveva un legame con la mitologia e la lira di Apollo.
Successivamente, nel medioevo, acquista una lettura di tipo cristiana, facendo riferimenti alla teologia e alle sacre scritture, ma il concetto non cambia fino al ‘500, nonostante Aristotele avesse già fortemente criticato tale visione del cosmo.
Fu Copernico prima, spostando il Sole al centro del sistema, e poi Keplero che rese ellittiche le orbite, a distruggere l’idea delle sfere celesti, anche se non sparì il concetto di armonia del mondo, tanto che portò quest’ultimo a scoprire la sua famosa terza legge.
La musica delle sfere secondo le orbite ellittiche di Keplero
Purtroppo è solo un gioco raffinato, un po’ nostalgico, di rievocare ciò che di bello era andato perso, perché se le nuove orbite ancora permettevano il sogno di una musica celeste, comunque l’infinità dello spazio che Giordano Bruno elaborò filosoficamente e che gli scienziati successivamente iniziarono a sospettare (dati gli immensi spazi tra gli astri), riempirono comunque l’Universo di silenzio assordante e soverchiante.
È questo silenzio a cui si riferisce Leopardi, frutto di un infinito a cui però non credeva come dimostrano questa citazione che richiama indirettamente i ragionamenti di Giordano Bruno:
“Il credere l’universo infinito è un’illusione ottica; almeno tale è il mio parere. Non dico che possa dimostrarsi rigorosamente in metafisica, o che si abbiano prove di fatto, che egli non sia infinito; ma prescindendo dagli argomenti metafisici, io credo che l’analogia faccia molto verisimile che la infinità dell’universo non sia che illusione naturale della fantasia. Quando io guardo il cielo, mi diceva uno, e penso che al di là di que’ corpi ch’io veggo, ve ne sono altri ed altri, il mio pensiero non trova limiti, e la probabilità mi conduce a credere che sempre vi sieno altri corpi più al di là, ed altri più al di là. Lo stesso, dico io, accade al fanciullo, o all’ignorante, che guarda intorno da un’alta torre o montagna, o che si trova in alto mare. Vede un orizzonte, ma sa che al di là v’è ancora terra o acqua, ed altra più al di là, e poi altra; e conchiude, o conchiuderebbe volentieri, che la terra o il mare fosse infinito. Ma come si è trovato per esperienza che il globo terracqueo, il qual pare infinito, e certamente per lungo tempo fu ritenuto tale, ha pure i suoi limiti, così, secondo ogni analogia, si dee credere che la mole intera dell’universo, l’assemblage di tutti i globi, il qual ci pare infinito per la stessa causa, cioè perché non ne vediamo i confini e perché siam lontanissimi dal vederli; ma la cui vastità del resto non è assoluta ma relativa; abbia in effetti i suoi termini. Il fanciullo o il selvaggio giurerebbero, i primitivi avriano giurato, che la terra, che il mare non hanno confini; e si sarebbero ingannati: essi credevano ancora, e credono, che le stelle che noi veggiamo non si potessero contare, cioè fossero infinite di numero.
– GIACOMO Leopardi, Zibaldone, 4292 (20 Settembre 1827)
Giacomo non è in torto, eppure non lo è neanche Bruno, il quale da un ragionamento di Lucrezio e da un sogno arriva a concepire come infinito l’universo, in analogia con la potenza di Dio. Per Bruno, però, i mondi sono molti, simili alla Terra come le stelle sono altri corpi analoghi al Sole, e in questo vie è la confusione di un concetto sulla quale poggia la critica del poeta nei confronti del filosofo, nonostante la sua deduzione (o per meglio dire, induzione) sia la naturale conseguenza della teoria di Copernico.
https://www.dailymotion.com/video/x2meh2w
L’infinito per Giordano Bruno; tratto dal primo episodio della seconda stagione (la prima con Neil DeGresse Tyson) di Cosmo
La visione dell’infinito
La confusione sta nella poca chiarezza nel concetto stesso di infinito, tanto che può assumere svariati significati che ci inducono a pensare a tale concetto, quindi esso risulta ineffabile. Lo stesso Leopardi, in questa poesia, ne usa diversi di questi. Inizia parlando di spazi interminati, facendo quindi riferimento all’illimitato, cioè qualcosa che può esse anche simile alla superficie di una sfera (o un globo come il nostro pianeta) che non ha confini naturali, dove quindi si può viaggiare sempre, ininterrottamente su di essa, ma pur sempre di un oggetto finito si tratta, con area e un volume ben preciso.
Niente infatti nella natura annunzia l’infinito, l’esistenza di alcuna cosa infinita. L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia. Noi abbiamo veduto delle cose inconcepibilmente maggiori di noi, del nostro mondo ec., delle forze inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi maggiori del nostro ec. Ciò non vuol dire che esse sieno grandi, ma che noi siamo minimi rispetto a loro. Or quelle grandezze (sia d’intelligenza, sia di forza, sia d’estensione ec.) che noi non possiamo concepire, noi le abbiamo credute infinite; quello che era incomparabilmente maggior di noi e delle cose nostre, noi l’abbiam creduto infinito, quasi che al di sopra di noi non vi sia che l’infinito, questo solo non possa venir abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo possa essere maggiore di noi. Ma l’infinito è un’idea, un sogno, non una realtà; almeno non abbiamo alcuna prova di esso, neppur per analogia, e possiam dire di essere a un’infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione di tale esistenza: si potrebbe anche disputare non poco se l’infinito sia possibile (…) e se questa idea, figlia della nostra immaginazione, non sia contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. Certo secondo le leggi dell’esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalla cose esistenti che conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l’infinito cioè una cosa senza limiti, non può esistere (…) Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza a essere lo stesso che il nulla. Pare soprattutto che l’individualità dell’esistenza importi naturalmente una una qualsivoglia circoscrizione, di modo che l’infinito non ammetta individualità e questi due termini sieno contraddittori; quindi non si possa supporre un ente individuo che non abbia limiti.
– Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4177-78 (2 Maggio 1826)
Nonostante l’infinito per lui non esistesse, quel silenzio immenso, universale, lo angosciava, tanto che ci ritornerà più volte nella sua vita, soprattutto nelle Operette Morali (come vedremo dopo), probabilmente proprio perché era una rappresentazione fisica, eppur simbolica, di un vuoto, un nulla, qualcosa di non definibile, che in questa evidenzia come unica cosa possibilmente illimitata.
L’idillio cosmico e il sublime matematico
Non è quindi un’immagine campestre quella che mette in scena Leopardi in questo idillio, ma una poesia che nasce dalle sue passioni astronomiche.
Sembra, inoltre, come sottolinea Maurizio Ferraris, una messa in pratica del sublime matematico. Il sublime per Kant eccede il bello in quanto eccede la forma (i limiti) e ne distingue due tipi diversi: il sublime dinamico e quello matematico. Il sublime dinamico è espressione della potenza della natura, di solito annientatrice, di fronte a cui l’uomo prende coscienza dei propri limiti, come una tempesta di fronte al quale si rimane attoniti; questo è il sublime a cui si rifanno molti artisti romantici come William Turner. Il sublime matematico invece deriva dalla contemplazione di qualcosa troppo grande per essere rappresentato.
WIlliam Turner – Valley of Aosta: Snowstorm, Avalanche, and Thunderstorm
Il primo idillio di Leopardi è espressione di quest’ultimo tipo di sublime in quanto nulla è più grande dell’infinito, tanto che per il poeta è al di là del concetto stesso della realtà, ed è proprio per quello che può diventare poetico. Anzi, va oltre: unisce il concetto dell’infinito matematico (dell’induzione come procedimento, anche senza conoscere realmente la branca matematica che si occupa davvero dell’infinito, cioè l’”analisi” sviluppata Newton e Leibniz) a quello fisico, dato dagli spazi e dal tempo, legandoli in qualche modo per un’associazione di idee, probabilmente data dagli studi di fisica e di astronomia e il concetto di velocità.
Potrebbe sembrare strano associare L’Infinito al sublime matematico e non a quello dinamico; in fondo c’è il vento e il suono delle piante, ma il cuore quasi non regge di fronte all’eterno, al confronto tra sé stesso (la sua voce) e il silenzio cosmico, esattamente come nella citazione di Pascal. Non è un evento naturale a cui assiste a metterlo di fronte ai limiti, né qualcosa di dinamico come il movimento della Terra e dei pianeti intorno al Sole (non qui almeno), ma è un pensiero che cerca di contemplare l’immensità dell’universo e al quale lasciarsi andare totalmente, ma non in modo sofferente, piuttosto con dolcezza; e lo paragona al mare perché nella sua esperienza di uomo finito l’unica cosa di cui non ha potuto vedere i confini (e quindi avvicinarsi a quel concetto) è proprio la vasta distesa d’acqua: un’altra cosa che si estende oltre l’orizzonte, quell’immensità che è proprio l’originale correzione, su cui è ritornato sui suoi passi, e che rende circolare la percezione dell’infinito (un ritorno, un loop, una ripetizione: un altro modo in cui qualcosa di finito ci appare/ci suggerisce il suo opposto).
Non solo la facoltà conoscitiva, o quella di amare, ma neanche l’immaginativa è capace dell’infinito, o di concepire infinitamente, ma solo dell’indefinito, e di concepire indefinitamente. La qual cosa ci diletta perché l’anima non vedendo i confini, riceve l’impressione di una specie d’infinità, e confonde l’indefinito coll’infinito…
Giacomo Leopardi, Zibaldone, 421 (3 Gennaio 1821)
E in sostanza è proprio questo che sta alla base dei continui rimandi con qualcosa di familiare, e la necessità di ricorrere all’induzione, all’immaginazione, e proprio all’indefinito, necessario per poter far poesia. Infatti non è la realtà a ispirare e ad essere poetica, ma solo prendendo distanze da essa, solo avendo una certa sfocatura, allora può emergere in tutta la sua piena espressività, usando le parole come strumenti, perché intitolare questo idillio con un termine così poco chiaro e compreso, legato a qualcosa che per lui non esiste, è lo strumento per scrivere dell’indefinito come afferma lo stesso Leopardi due anni dopo:
Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio sull’infinito…
Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1431 (1 Agosto 1821)
Dalla poesia alla prosa
Come si vede da queste citazioni, Leopardi era (in un suo modo molto personale) un filosofo, o forse sarebbe meglio dire un pensatore completo, che ha avuto una certa influenza su tutto il romanticismo e su intellettuali simbolo dell’800, come Nietzsche, che lo cita in una delle sue prime opere. Tale fama, all’epoca, è dovuta non a I canti, né allo Zibaldone come si potrebbe pensare, perché quest’ultimo è stato ritrovato dopo la sua morte ed è stato pubblicato solo agli inizi del ‘900 grazie a Carducci.
Fu un’altra opera a divulgare il suo pensiero, a sintetizzarlo in una prosa ragionata e spesso ironica, a volte onirica, altre invece dissacrante e provocatoria: le Operette morali, scritte nel 1824. Alcune, si presentano sotto forma di dialoghi, e in particolare, ce n’è uno che riprende la questione del silenzio universale dato dall’assenza della musica delle sfere, ed è il Dialogo della Terra e della Luna, dove risulta evidente la sua adesione all’eliocentrismo, che purtroppo era ancora dibattuto in Italia nonostante i secoli di prove scientifiche (e la cosa per alcuni non è cambiata tuttora). Già da questo dialogo si notano le radici del pessimismo cosmico, che però diverrà predominante nella sua ultima operetta, scritta a posteriori (1827) e pubblicato solo post mortem: Copernico.
L’ultima operetta: Copernico
La rivoluzione copernicana, così come le sue riflessioni sulle conseguenze che ha sulla condizione umana, lo portarono a scrivere l’ultima sua operetta morale (che ovviamente, fu pubblicata postuma perché censurata).
In questa operetta vi è la storia del pensiero nelle parole del Sole, il quale seguiva la poesia come Omero, e infatti vi è la presenza del carro e delle Ore, e poi il passaggio alla filosofia e alla logica riflettendo sull’umanità, per poi imporre di conseguenza un cambio, una rivoluzione nelle cose: scientifica a livello culturale per come l’abbiamo vissuta storicamente, astronomica nell’ordine delle cose.
In questo rispecchia anche il progredire dello sviluppo di una persona che dal seguire gli istinti e le passioni (la poesia) cresce e matura (la filosofia) fino alla stanchezza o alla fragilità dell’età adulta (logica).
Una rappresentazione del sistema copernicano (o eliocentrico)
L’apertura affonda la sua origine in adolescenza, in Storia dell’Astronomia, quando tratta Copernico, descrivendo la rivoluzione cosmologica, non come un’avventura del pensiero umano ma, un’operazione manuale dove l’astronomo polacco interviene in un gioco da tavolo, spostando gli oggetti celesti come pedine. Questo non è rappresentato come una conquista verso il progresso, ma un’apocalisse per l’umanità. Il Sole manda l’Ultima Ora da Copernico a convocarlo per assegnargli il compito di convincere la Terra a muoversi al posto suo. La tragicità apocalittica dell’evento è mostrata come una commedia e dalle preoccupazione dell’Ora Prima e di Copernico, ma non nella forma dell’operetta, che è impostata appunto come una commedia (con richiami al mito greco), per farsi beffa dell’importanza degli attori e degli eventi rappresentati, seppur ribadito dai protagonisti stessi; in realtà è solo il Sole a minimizzare.
Nel confronto con l’Ultima Ora (con l’ultima ora del giorno) vi è l’eco della Storia dell’Astronomia in quanto sembra compito di Copernico aggiustare il sistema planetario, facendo sorgere il giorno, muovendo gli astri.
Il nichilismo emerge dal fatto che viene distrutto il pensiero che il cosmo sia creato per l’uomo, che l’Universo è una corte che gira intorno alla Terra, la quale è al centro di ogni osa, e quindi all’uomo.
E ne risulterà che gli uomini, se pur sapranno o vorranno discorrere sanamente, si troveranno essere tutt’altra roba da quello che sono stati fin qui, o che si hanno immaginato di essere (…) scoppieranno fuori tante migliaia di altri mondi, in maniera che non ci sarà una minutissima stelluzza della via lattea, che non abbia il suo
– Giacomo Leopardi, Operette Morali, “Copernico”
…tutti i mondi che esistono, per quanto e quanto grandi essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non-esistente, del nulla.
– Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4174 (22 Aprile 1826)
Questa è l’apocalisse che emerge dall’operetta: la tragedia dell’abdicazione del genere umano e della sua deportazione in periferia, alla condanna alla miseria e alla nullità, e non è Copernico a spogliarci della vuota illusione di essere i dominatori dell’universo e del fine ultimo dell’esistenza, ma proprio Leopardi con quest’opera, che ha dunque lo scopo di distruggere la spocchia vanesia dell’umanesimo. Per questo, risulta anche uno scritto di battaglia culturale, che sentiva molto, fin dalla giovinezza.
La censura
Prima edizione delle opere leopardiane pubblicata a Napoli per i tipi di Saverio Starita nel 1835.
Questa operetta divenne uno scritto di battaglia intellettuale, proprio perché esisteva già un Leopardi che trattava di argomenti che ora definiremmo negazionisti, che portava avanti su La Voce della Ragione una violenta campagna contro il sistema copernicano negli anni ‘30. Giacomo era preoccupato di questa omonimia, e aveva paura di essere scambiato con suo padre Monaldo, e nel primo volume da proprie Opere prende le distanze da quelle pubblicazioni. Purtroppo non era isolato, e per quanto le opere di Copernico fossero state da tempo tolte dall’Indice di libri proibiti, si trovarono molte resistenze riguardo questa teoria e le sue implicazioni, così le ultime due operette morali vennero censurate e pubblicate solo molti anni dopo la morte di Giacomo.
La tristezza e il nichilismo universale
Oltre all’eliocentrismo, uno dei motivi della censura è il pessimismo, che qui raggiuge l’apice concettuale, e viene portato ad un livello universale (cosa che poi si rivede nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, citato in precedenza). La riflessione sulla tristezza e l’insensatezza della vita, che lo porta al nichilismo universale in questa operetta, nasce probabilmente dalle proprie condizioni di salute, ma subito vede che la sua condizione non è rara, ma comune e declinata in modi diversi in ogni uomo, e così, il percorso filosofico e interiore che intraprende e di cui i suoi lavori (e in particolare lo Zibaldone), ne sono manifesto e parte fondamentale.
Possiamo vedere come tale evoluzione abbia passato quattro fasi:
pessimismo personale (o soggettivo, psicologico): risalente al 1819, e quindi dei primi idilii (tra cui c’è appunto L’Infinito), in cui Leopardi realizza quanto la vita sia stata spietata con lui, e come può esserlo per un singolo uomo, ma ancora non esclude che altre persone possano essere felici.
pessimismo storico: partendo dalla considerazione che l’uomo può immaginare piaceri che non esistono, può figurarseli come infiniti (di numero durata o estensione), per cui la felicità consiste nell’immaginazione stessa e pura, facoltà che l’uomo ha ricevuto dalla natura (che in questa fase è ancora benigna perché prova pietà per la condizione degli esseri umani); ma la ragione in tempi moderni ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e ha rivelato la realtà per quel che è, facendo quindi piombare l’uomo in una condizione di profonda infelicità (l’infelicità è causata dalla ragione moderna), perché l’unica felicità possibile si ha in una condizione di assenza epicurea o stoica di ogni turbamento.
pessimismo cosmico (negativismo ontologico). il passaggio avviene col Dialogo della Natura e di un islandese, dove la Natura diventa appunto maligna ed è causa delle sofferenze dell’uomo, avendo creato l’essere umano con un profondo desiderio di felicità, a cui si aggiunge il ciclo di produzione e distruzione, già trattato per perpetrare la vita e non la felicità degli esseri viventi, manifestando una visione materialistica della Natura (anticipando Darwin). Questo causa la censura.
pessimismo eroico: nel Dialogo di Plotino e Porfirio contemporaneo al Il Copernico, incentrato sul suicidio, si conclude che la scelta di togliersi la vita deve essere rifiutata in quanto aggiungerebbe un ulteriore motivo di sofferenza alle persone che vogliono bene al suicida. Lo spirito di solidarietà e condivisione tra le persone è l’unico modo per difendersi dalla potenza cieca della natura e auspicando l’avvento di una società in cui gli uomini si stringono in una catena sociale, e quindi l’uomo afferma eroicamente la propria dignità di fronte alla sofferenza.
Come si può vedere, nonostante l’evoluzione del proprio pensiero, e il suo continuo cercare uno spiraglio per la felicità, le 4 forme di pessimismo non si contraddicono, ma anzi, le teorie delle rivoluzioni scientifiche ne estendono il concetto e il raggio di azione: non per niente le ultime due operette morali, che fanno rifermento a due pessimismi diversi, sono contemporanee ed entrambe universali: in una riguarda il cosmo e il posto nel mondo e con la natura, il secondo come ruolo all’interno di una società e come specie.
Infine, ciò che rende questo viaggio intellettuale di Leopardi interessante, sta nel suo essere sia personale, sia universale, in quanto ci si può rivedere l’archetipo del percorso di caduta e rinascita di chi preso dalla sofferenza ha bramato la morte, fino a rendersi conto, in quell’ultima quarta fase, che è un gesto che sarebbe l’esatto opposto di ciò che brama (la felicità) e che condanna gli altri, e forse per deformazione personale ci vedo una prima bozza del Viaggio dell’eroe di Vogler e Campbell.
Riflessioni sull’Arte e la Scienza
La visione leopardiana
Poesia, prosa, saggi e riflessioni su società, arte e scienza, ma da uomo in mezzo alle due culture, quale era la sua visione riguardo il loro rapporto?
Leopardi condanna l’intelletto che va a disvelare ciò che era coperto dalla natura, dall’apparenza, dal mondo che percepiamo solo coi sensi; e in questo vede una morte della poesia, perché una volta che si è giunti alla realtà dei fatti, muore l’immaginazione perché non si riesce più immaginare cosa c’è oltre e quindi muore l’aspetto poetico.
In questa concezione è come se il senso fosse sempre al di là di ciò che vediamo, oltre una siepe od oltre l’orizzonte[1], e che quindi il compito dell’arte, della poesia, della letteratura sia immaginare ed estrapolare come può essere il mondo dietro quel limite momentaneo. In questo la sua scrittura ha quasi una funzione filosofica, dove l’intuizione e l’immaginazione pongono ipotesi sulla realtà domande a cui cercano di dare risposte attraverso una percezione sensoriale ed emotiva, in fondo, la poesia leopardiana ha una natura romantica. Questo pensiero sarà molto presente anche a livello scientifico, soprattutto di fine secolo, perché si pensava che, essendo il mondo finito (come lo concepisce Giacomo) anche ciò che si può scoprire è limitato, e quindi il numero di passi che portano alla verità può essere percorso totalmente, e una volta raggiunta la meta non ci sarà niente da scoprire, la riflessione sarà vana e si avrà la morte dell’immaginazione, e con essa anche del senso di meraviglia e tutto quello che si porta dietro e che rende la scrittura (l’ispirazione e tutto il resto) inutile, e in tal senso, per Leopardi, si ha la morte della poesia.
Critica al pensiero leopardiano
Perché non sono d’accordo? L‘intero ragionamento si basa due pilastri:
il sapere è finito e si accumula;
la funzione dell’arte è disvelare.
Come dimostrano i paradossi di Zenone ci possono essere infiniti step per arrivare a qualcosa di finito, e già vi è quindi un errore di valutazione. In secondo luogo, nella ricerca (scientifica e non) vi è un continuo cambio di interpretazione della realtà, perché, per quanto la fenomenologia sia cumulativa, essa sarà sempre frutto di una misura, che usa per definizione un rapporto con un campione (e quindi è razionale), mentre il mondo in realtà è reale (), quindi contiene in sé il campo degli irrazionali che chiede una semplificazione, e quindi vi sarà sempre un errore, uno scarto, dentro al quale posso celarsi nuove scoperte[2], quindi ci saranno sempre i cambi di paradigma e riletture. Insomma, cambierà l’ontologia (l’interpretazione del mondo) dato che noi non possiamo arrivare a concepire e a esprimere un qualcosa di infinito a livello numerico, a livello di misura: perciò vi sarà sempre un’eterna ricerca. E questo fa cadere il primo pilastro della visione leopardiana.
Cade anche l’altro pilastro, perché la funzione dell’arte non è disvelare la natura né porsi le domande per produrre una riflessione di un certo tipo. Certo, può esserci questo aspetto, ma la riflessione, e poi l’analisi, è interiore (all’artista o al lettore) e data dalla percezione: non deve essere l’arte a immaginare e rappresentare qualcosa di presente nella realtà, o qualcosa oltre i limiti della nostra espressione per cui richiede un atto simbolico o qualcosa del genere. No, è qualcosa che ci deve far percepire qualcosa, provare una certa esperienza, certe sensazioni, e quindi, dato che il modo di percepire non è mai esauribile, perché non si può tradurre in modo fisso qualcosa in eterno movimento (come l’evoluzione dei pensieri interiori, delle sensazioni, dell’inconscio e del divenire di una persona), esaurire a parole qualcosa che sia di interiore è impossibile; in aggiunta, questo continuo vortice che è inesauribile, non avviene solo per la singola persona, ma avviene per ogni persona e per ogni forma di collettività che comprende la persona[3]. E quindi cade anche l’altro pilastro.
In sostanza, pur apprezzando l’opera di Leopardi e il suo pensiero, non posso essere d’accordo con lui, e lui stesso non riesce a vedere alcune cose che sono contenute nella sua stessa poetica e nel suo stesso pensiero. Non percepisce (o forse lo percepisce, ma non gli dà la giusta connotazione) che già all’interno del suo stesso modo di esprimersi e di ragionare vi è scienza: vi sono dei concetti scientifici profondi che a volte usa pure coscientemente per suscitare emozioni e sensazioni che vanno da un <<affogare dolce>>, di stampo più ottimista e placido, al più inquieto atterrito come avviene in molte operette morali, ed in particolare nel Copernico, dove esplode tutto il suo nichilismo. Anzi, proprio le operette, che contenendo tanto pensiero leopardiano, sono la massima espressione di una letteratura scientifica, poetica e filosofica fatta da uno dei sommi poeti che l’Italia e il mondo intero abbiano visto.
Una visione personale e una dichiarazione di intenti
Nelle Operette Morali, a mio avviso si possono vedere le conseguenze di quello che già si intravede ne L’Infinito e di quelle riflessioni sul senso dell’umanità, sull’immaginazione, sull’inesistenza dell’infinito o dell’assurdo progresso verso una conoscenza e civilizzazione umana. Ne Il dialogo di un islandese con la Natura mostra il legame con gli antichi e quindi la visione di Plutarco e di Lucrezio all’interno dei suoi lavori. Ne Il dialogo della Terra e della Luna, dove in realtà c’è alla radice una delle falle del ragionamento leopardiano anche usata per criticare l’esistenza dell’infinito: dare per certo che la natura sia finita e che sia solo un egocentrismo dell’uomo il pensare che ciò che è oltre lui sia infinito; ma questo rende la natura all’uomo entrambi finiti, e quindi generalizza implicitamente a tutto una proprietà umana, rendendola in un certo senso di nuovo antropocentrica (in sostanza, fa una giusta critica, ma poi commette lo stesso errore). Infine, Il Copernico dove le due cose si uniscono, viene messa in luce l’evoluzione del pensiero umano e il progressivo senso di annichilamento, o meglio di nullità, dell’uomo, non solo a livello storico o planetario, ma cosmico.
Per questo modo così unico e quasi inconsapevole di far convivere Arte e Scienza che c’è in Leopardi, che ho deciso di iniziare proprio da lui, oltre che per racchiudere tutto quello che suscita in me la sua opera e che ho voluto riversare in questo post: il lato umano, interiore, profondo, partendo da un ricordo; il modo in cui lui ha usato i concetti pur distaccandosene; il confronto tra due pensieri in opposizione pur essendo legati, e infine con l’amore per l’astronomia e l’universo e la scienza, che lui amava e odiava allo stesso tempo. Per questo non potevo non iniziare questo progetto con questo grande poeta e pensatore italiano, toccando un’arte così ampia, vasta, immensa e così profonda, intima, e racchiusa in sé e concludere gettandomi anch’io nello scrivere versi come una dichiarazione d’intenti, perché mi auguro e spero che questo progetto diventi qualcosa di importante, e non una qualcosa che muore nel tentativo di voler essere un qualcosa di più grande di ciò che potrà mai diventare, rimanendo schiacciato dalle aspettative e dalla pressione.
“E quindi con queste parole, di confessione, intento, augurio e timore chiudo: perché Arte e Scienza io vo' comparando, Unendo in cuor mio e nei miei pensieri forme di sapere che taluni considerano distinte, antitetiche, cosicché questa innaturale unione appaia eretica alla loro visione; ma spero che preferiranno argomentare aprendosi al confronto invece di insultare, perché, come Il Copernico di un'operetta dell'800, ''io non vorrei, per questo, essere abbruciato vivo, a uso della fenice”
[1] Anticipando la descrizione delle porte e dei guardiani de Il processo di Kafka che Giuseppe O. Longo rilegge in chiave diversa, legata al senso, e non alla legge, nel suo saggio Il senso e la narrazione.
[2] come la relatività generale nell’errore dell’orbita di Mercurio
[3] ma di questo si ragionerà in un altro momento perché la collettività è diversa dalla somma dei soggetti che lo compongono
BIBLIOGRAFIA
1) Giacomo Leopardi – Operette morali
2) Giacomo Leopardi – Zibaldone
3) Giacomo Leopardi – I canti
4) M. T. Borgato, L. Pepe – Leopardi e le scienze matematiche
5) P. Odifreddi – Grandi menti a confronto
5) E. Zinato – Leopardi fra Copernico e gli automi: letteratura e scienza
6) V. Schettino – La decima musa. Poesia e scienza