Cosa s’intende con «cultura»?

Art vs Science di Slasher

«Le due culture» è un’espressione che viene usata per la prima volta da Charles P. Snow nel suo omonimo saggio del 1964, e lui stesso specifica che il termine «cultura» ha un duplice significato ed entrambi sono applicabili in questo caso in quanto si completano a vicenda.


La cultura come sviluppo intellettuale

Partiamo dalla prima delle definizioni data dal dizionario, cioè quella di sviluppo intellettuale o sviluppo della mente, o, per citare Coleridge, «lo sviluppo di qualità e facoltà che contraddistinguono la nostra umanità».
In questo senso risulta ovvio come quella umanista e quella scientifica siano culture, o meglio sotto-culture, in quanto nessuna di esse si occupa della totalità della nostra umanità perché:

  • l’istruzione scientifica sviluppa la curiosità per il mondo naturale e l’uso di sistemi concettuali simbolici, ma tralascia le facoltà verbali;
  • l’istruzione classica invece sviluppa il linguaggio delle parole, ma tralascia quello simbolico e la curiosità riguardo la natura per concentrarsi solo sull’uomo e la società.

In sostanza entrambe sottovalutano la gamma di risorse di cui l’essere umano è dotato, e quindi in tal senso non sono una cultura completa, ma solo una parte: in tal senso sono sottoculture.

La cultura per l’Antropologia

La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società. Il secondo in senso antropologico per indicare un gruppo di persone che vivono nello stesso ambiente e sono unite da abitudini, opinioni e modi di vita comuni.

– Taylor

Gli scienziati da una parte e i letterati (o gli umanisti più in generale dall’altra) sono di fatto culture in questa accezione.

Perché solo due

La suddivisione in solo due culture da parte di Snow è principalmente dovuta al fatto di non frammentare troppo l’analisi rischiando, di conseguenza, di perdere efficacia nella trattazione, ma ha anche una motivazione sostanziale. Partiamo intanto con questa caratterizzare prima di vedere se si può particolareggiare meglio tale classificazione.

La cultura scientifica

Gli scienziati, hanno una loro cultura (intesa dal punto di vista intellettuale), in continuo movimento e mutamento, fatta di argomenti rigorosi di livello concettuale elevato (superiore spesso a quello del mondo letterario) e tendono ad usare le parole nel loro significato corretto anche se spesso in contrasto con il loro uso comune. L’arte tende a non trovare posto generalmente nei loro interessi, con l’unica eccezione della musica, e ne consegue che la loro intelligenza immaginativa risulta inferiore al dovuto (per questo l’Arte può giovare a loro e a tutta la Scienza in sé). Inoltre tendono ad essere considerati ottimisti in quanto sono inclini a darsi da fare per cercare un rimedio e pensare che, fino a prova contraria, è sempre possibile trovarlo. Snow, azzardando una definizione telegrafica afferma «hanno per natura il futuro nel sangue». Questo è solo uno degli atteggiamenti trasversali che si ritrova in tutti gli scienziati, ma vi sono altre regole e schemi di comportamento, presupposti comuni e un modo condiviso di accostarsi alle cose, a prescindere dal settore disciplinare di cui si occupano; anzi, spesso è proprio sui concetti scientifici in cui hanno più difficoltà a comprendersi proprio per il grande tecnicismo e l’elevata specializzazione richiesti per padroneggiare certi argomenti. Le caratteristiche che li accomunano sono sorprendentemente estese e profonde, e travalicano ogni altro schema, sia esso mentale, religioso, politico o di classe. Proprio in quanto, senza pensarci, reagiscono allo stesso modo, o con un substrato comune, quella scientifica è considerabile una cultura anche in senso antropologico. In questa cultura ci rientrano anche i tecnici, dato che un progettista, dal punto di vista estetico, intellettuale e morale, si approccia ai problemi e al mondo esattamente come qualsiasi altro scienziato sperimentale, per cui non ha senso creare una demarcazione tra scienziati e tecnici: antropologicamente sono due manifestazioni della stessa cultura.

La cultura umanista

Nel polo umanistico lo spettro degli atteggiamenti è molto più ampio, e dimostra una totale incomprensione della scienza, diffondendo così un’immagine a-scientifica all’intera cultura, visto che tale polo è quello che ha che maggiormente diffonde la sua influenza nel mondo (sia nel senso comune, sia in chi ricopre posti di comando), anzi in alcuni casi può diventare addirittura arrivare a generare un sentimento antiscientifico. Snow evidenzia come i sentimenti di un polo diventano l’opposto nell’altro, tanto che scrive: «Se gli scienziati hanno il futuro nel sangue, allora la cultura tradizionale risponde auspicando che non ci sia il futuro». Questa cultura, dal punto di vista intellettuale, risulta più statica e lenta a cambiare le proprie idee e le proprie visioni rispetto a quella scientifica: questo perché l’arte non ha lo stesso carattere correttivo automatico della scienza, e così si possono creare periodi di traviamento più lunghi, che possono durare anche più di una generazione. Questo ha contribuito a creare una cattiva fama agli artisti nella comunità scientifica, in particolare nella prima metà del XX secolo, perché ha permesso che movimenti artistici appoggiassero o favorissero venti di guerra, regimi totalitari, e persino pulizie etniche, tramite la propaganda.

L’origine della divisione

Come si è creata questa divisione? Il sintomo evidente lo manifestò proprio il già citato Thomas Coleridge il 24 giugno del 1833 quando, al termine della lezione inaugurale della British Association for the Advancement of Science tenuta da William Whewell, intervenne per sostenere che era sbagliato chiamare ancora con il nome «filosofo naturale» o «filosofo sperimentale» chiunque si occupasse delle scienze della natura, branca ancora relativamente nuova. Fu lo stesso Whewell a coniare il termine «scientist» per analogia al termine «artist». Ma appunto si tratta del primo sintomo della rottura, non la causa.

La prima crepa

Herrad von Landsberg – Septem artes liberales (1180 circa)

L’inizio della divisione, e forse le sue cause, si posso ricondurre principalmente al periodo della rivoluzione industriale, come evidenzia Snow, ma le prime tracce si possono già trovare nella seconda metà del ’600 (all’alba della scienza moderna), e nasce dal criticare alla base la nascente filosofia naturale e il suo metodo, cercando di renderla inferiore rispetto alla fede religiosa. Il portavoce di questo pensiero era il poeta John Donne. Questo atteggiamento non deve stupire dato che il sapere, e di conseguenza la formazione universitaria, era concepita in quello stesso modo fin dal medioevo: le arti della sfera matematica (aritmetica, geometria, astronomia e musica) costituivano il quadrivio delle artes reales, che insieme al trivio delle artes sermocinales (grammatica, retorica e dialettica) costituivano le sette arti liberali che erano propedeutiche per lo studio della filosofia e della teologia. Già in questa ottica lo studio della natura si dimostra subordinato alla fede, ma inoltre, rispetto agli altri studi, solo quello delle artes sermocinales permetteva di raggiungere la verità, rendendo così le artes reales di livello inferiore a tutte le altre.

Fabio Daziano – Scudo della Trinità

Donne, quindi, non proponeva alcuna visione nuova, ma semplicemente cercava di mantenere inalterato la struttura del sapere così imposta dal filosofo Marziano Cappella tra il IV e il V secolo d.C. nel suo lavoro di suddividere tutto lo scibile umano in categorie, ovviamente connotando anche ogni sfera/ambito di un certo simbolismo (non a caso l’uso del numero 7 e 3). Col passare dei secoli però questa visione da parte degli uomini di fede (e in particolare della Chiesa) non è cambiata in alcun modo, tanto che Benedetto XVI, nella sua lectio magistralis su Fede, ragione e università tenuta a Ratisbona nel 2016, sostiene che la logica e la scienza non va negata, ma che vi è una logica superiore, che ovviamente risulta legata alla spiritualità e alla fede, dimostrando come quel primo solco nella cultura continua persistere. Perché, se la divisione tra il sapere matematico/scientifico e quello umanistico risale a Cappella, mi riferisco a Donne come portavoce della prima crepa che ha spaccato la cultura in due? Per il semplice fatto che Cappella concepiva ancora lo scibile come un tutto, unico e unito, come l’opera di von Landsberg mostra: racchiuse in un unico cerchio al cui centro c’era la filosofia che conduceva alla verità (e alla teologia); mentre Donne critica la nuova filosofia (naturale) come un corpo diverso, a sé stante, che fa sparire le certezze conquistate, criticando lo scetticismo scientifico additandolo come causa di un inevitabile smarrimento intellettuale: insomma come il mezzo per oscurare e confondere le menti come si vede in questa sua poesia:

And new philosophy calls all in doubt,
The element of fire is quite put out;
The sun is lost, and the hearth, and no man’s wit
can well direct him to look for it.

Traduzione: E la nuova filosofia mette tutto in dubbio, l’elemento fuoco è quasi cancellato;il sole è perduto, e la terra, e non c’è intelletto che possa ben indirizzare l’uomo alla sua ricerca.

– John Donne, The first anniversary

Questo è a tutti gli effetti il punto di partenza della divisione che ora risulta evidente, perché Donne manifesta un rifiuto per quelli che sono i pilastri del metodo scientifico, e quindi si distanzia da ogni possibile sua evoluzione e a qualunque conclusione esso possa portare perché «non c’è intelletto che possa ben indirizzare l’uomo nella sua ricerca».

Tutta va pezzi. Tutta la coerenza è smarritaa

– John Donne

Si tratta per questo della prima crepa nella cultura come unicum, o del primo mattone nel muro dell’incomunicabilità che ora separa scienziati e umanisti: purtroppo il primo di una lunga serie.

La rivoluzione industriale

Encyclopedie di D’Alembert e Diderot

Quella prima crepa divenne man mamo una spaccatura catastrofica con la rivoluzione industriale. Gli umanisti, come evidenzia Charles Snow, non si sono mai sforzati a capire la portata e l’importanza di tale cambiamento epocale, e si sono rifiutati di accettarla, astraendosi, escogitando fantasia in cui fuggire dalle città che diventavano sempre più popolate di operai, e chi non pensava ad una “vita nei boschi” manifestavano tramite le storie l’orrore per questo nuovo corso. Questo lo si vede ad esempio negli scritti di Thoreau e di Emerson, ad esempio; ma in generale, quasi nessuno scrittore riuscì a vedere. Tale rifiuto può trovare cause diverse come i cambiamenti sociali che minavano lo status degli intellettuali dell’epoca, ma principalmente, penso, lo si possa ricondurre ad una conseguenza della non-accettazione della rivoluzione scientifica, di cui quella industriale ne è il trionfo applicativo e tecnico, che emergeva dopo un lungo periodo in cui l’illuminismo e l’uso estremo della ragione avevano dominato l’Europa per più di un secolo.

[la bibliografia e le fonti saranno riportate nella terza parte]

Immagine di copertina presa da https://www.deviantart.com/leonorbohme/art/Science-vs-Humanism-179969515