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Come Arte e Scienza si influenzano reciprocamente

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Come la Scienza influenza l’Arte

Sono, la letteratura e la scienza, metodi per individuare delle invarianti, delle cose che non cambiano, che siano nell’animo umano (la chiamiamo letteratura o arte), che siano del mondo naturale (la chiamiamo fisica, o chimica).

– Marco Malvaldi

Quali sono i punti di unione tra scienza e arte? Come comunicano? Come distruggere la barriera tra queste due culture? Alla prima di queste domande, chiunque conosca un po’ la musica o la pittura avrà in mente come l’aritmetica e la geometria siano strettamente legate a queste espressioni artistiche: la prima con il ritmo e la seconda alla prospettiva e alle proporzioni, oppure come l’acustica e l’ottica siano importanti per l’esecuzione delle rispettive opere, incidendo sul suono della musica o sul colore di un quadro in base alle tinte e alle luci usate. E che dire poi dell’architettura, che non si reggerebbe senza la statica, o l’istintivo uso della fisica e dalla chimica dei materiali nella scultura? Tanti sono i modi in cui la scienza, attraverso le proprie conquiste, ha contribuito e tuttora incide sull’arte, ma che, secondo me posso essere suddivisi in cinque categorie ben specifiche che non si escludono a vicenda, ma evidenziano aspetti diversi di un legame profondo.

Influenza Tecnica: tramite la quale, la scienza, agendo come le è più comune e consono, fornisce nuove possibilità tramite la creazione di tecniche atte a rendere realizzabili opere altrimenti impossibili. Tutti gli esempi sopra citati ricadono in questa tipologia, e ne è manifesto Il Trattato sulla pittura di Leonardo da Vinci, scritto come un libro di matematica, e in particolar modo rifacendosi ad Elementi di Euclide.

Influenza Espressiva: in cui la scienza diventa uno strumento per creare nuove forme di espressione, a prescindere dal contenuto che avranno, dalle corde che andranno a toccare, o dagli aspetti tecnici (citati nel punto precedente) utilizzati; ne dà un esempio Lateralus dei Tool.

https://www.youtube.com/watch?v=Ew939Ap0KaE

Influenza Suggestiva: dove la scienza fornisce una base concettuale per ispirare opere che poi, di concettuale con essa, non hanno a che fare; frutto di tale influenza sono Concavo e convesso di Escher, o il misticismo nucleare di Dalì.

Influenza Contenutistica: in cui i concetti e le conoscenze scientifiche fungono da fulcro dell’opera artistica, legandosi al concetto che la rende unica e su cui si appoggia il significato o il messaggio che l’autore voleva trasmettere. In questo modo, la scienza può essere vista (come faceva Primo Levi) come una riserva di caccia di metafore, di idee e di elementi così unici e potenti come in nessuna altra attività umana: insomma, una fonte che si rinnova contenutisticamente e dove trovare il concetto più appropriato per l’opera artistica che si vuole realizzare (come possono esserlo la filosofia o altre branche del sapere). Da questo approccio sono nate:

  • Le cosmicomiche di Italo Calvino;
  • Il sistema periodico di Primo Levi;
  • Darwin dei Banco del Mutuo Soccorso;
  • Relatività di Escher.

https://www.youtube.com/watch?v=qHv4jq9wtdE

Influenza Interpretativa: La scienza può un nuovo punto di vista alle opere artistiche, mostrandone chiavi di lettura sottese che neanche l’autore è cosciente di aver usato, se non in modo implicito. Si ha qui un’influenza interpretativa o di fruizione che è il rovescio della medaglia dell’aspetto divulgativo che può assumere l’arte quando veicola un messaggio implicitamente, lo nasconde tra le righe o nell’anima profonda dell’opera. Questi due aspetti sono forse legati al fatto che Arte e Scienza non sono due culture diverse, ma linguaggi tra loro intraducibili, ma che nascono dallo stesso iato fermare i concetti, le idee, la meraviglia; un “unheimliche” positivo che nasce dal mondo circostante e ad esso vuole ritornare, esteriorizzato, filtrato dalla sensibilità e dalla personalità diversa di chi ha esplorato quella visione del mondo; così quest’ultima determina se un’intuizione verrà declinata in modo artistico o tramite congettura scientifica (o filosofica). Un esempio è l’interpretazione scientifica di diversi aspetti della Divina Commedia di Dante Alighieri che parte nel considerare l’opera, avente una natura enciclopedica, e non solo metaforica e allegorica (riporto qui un articolo dei Fisici senza Palestra in merito).

Come l’Arte influenza la scienza

Come l’arte è influenza dalla scienza, così questa può ricambiare tale influenza, avendo un ruolo sia nella divulgazione che nella formulazione delle teorie scientifiche. Questo avviene in diversi modi, e in diversi momenti del lavoro degli scienziati, e anche in questo caso ne ho individuati cinque.

Intuizione: la scienza è fatta da scienziati, i quali, come moltissime persone, possono essere influenzate dall’arte, la quale può portare nuove idee, ispirare l’animo dello scienziato in modo intuitivo o istintivo (vedi Wells o il sogno di Bruno), creando suggestioni… rendendo poi quell’idea, espressa in modo scientificamente accettabile, così da poter essere controllata sperimentalmente. Questo è possibile perché non si dà metodo all’intuizione, e chiunque può avere una e trasmetterla, proprio come Wells fece con Szillard (senza che i due si conobbero mai di persona, ma di questo ne parlerò più in dettaglio in uno dei prossimi articoli).

…e quelle bombe atomiche che la scienza sganciò sul mondo quella notte, erano misteriose anche per gli uomini che le usarono

H. G. Wells,  La liberazione del mondo, 1914

Anticipazione: il fatto che l’arte non ha bisogno di dimostrare le proprie idee (o intuizioni), può arrivare prima della scienza a certi concetti; tale dinamica può avvenire anche perché non deve esprimere i concetti in modo tecnico quantitativo, per cui può focalizzarsi subito sull’essenza e la qualità di un’idea. Questo aspetto è ben esposto da Malvaldi in L’infinito tra parentesi, e da Shlain nella citazione <<Revolutionary art anticipates visionary physics>>. L’anticipazione non è confondere con l’intuizione, perché, a differenza di quest’ultima, non è solo un’idea vaga che fa da miccia ad un’illuminazione, ma sviscera quell’intuizione fino in fondo, dandone una prospettiva o un’analisi. L’esempio più lampante è il dittico di Verne Dalla Terra alla Luna e Intorno alla Luna, in cui non si limita a fantasticare sul viaggio, ma affronta anche aspetti i problemi tecnici da superare per riuscire nel lancio, nel determinare la traiettoria, e riuscire nell’impresa; il tutto diventando una prima linea guida per gli scienziati e gli ingegneri del secolo successivo.

Percezione: l’arte, potendo usufruire di linguaggi diversi, può creare opere che rendano percepibili idee e concetti astratti legati a teorie scientifiche, così come fa con altre emozioni e sensazioni; così come può sfruttare il suo potere per suscitare associazioni, idee e intuizioni tramite sensazioni (con l’uso di analogie, installazioni, pensiero laterale). In questo modo si può creare una doccia di particelle tramite un gioco di luci, figure di Chladni con del riso e una lastra metallica, sinfonie che giocano con immagini sincronizzate come in Cosmos di Neil deGresse Tyson (la sequenza in di New York in IR, VIS, UV. . . che inizia al minuto 41:41 dell’episodio 1×05 Hiding in the Light), etc.

Comunicazione (o divulgazione): non è un modo diverso di influenzare gli scienziati, e la scienza di conseguenza, ma di utilizzare i linguaggi dell’arte per veicolare informazioni e messaggi: una funzione diversa che però può influenzare la scienza sul lungo termine, affascinando e plasmare la visione delle nuove generazioni di scienziati che associano naturalmente certi concetti alle loro rappresentazioni artistiche, influenzando il modo di pensare e ragionare su di essi, sia in positivo (aprendo nuove strade) sia in negativo (sovrapponendo le imperfezioni e le metafore ai concetti stessi). Un esempio storico sono le Christmas Lectures di Faraday, in cui mischiò esperimenti di fisica con il teatro per rendere più comprensibili e visibili e le sue teorie. Uno dei sui eredi, in questo, è sicuramente Walter Levin (professore del MIT), di cui vi lascio qui di seguito quella che forse è la sua lezione più famosa.

https://www.youtube.com/watch?v=xXXF2C-vrQE

Metaforico (o per analogia): con questo intendo il potere di dare spunti e materiale alle materie scientifiche, usando concetti artistici o prese da opere d’arte all’interno della scienza, come ad esempio dare certi nomi a delle specie, ai pianeti (o ciò che li rende caratteristici). Un esempio possiamo vederlo con la fisica dei quark, fin dalla scelta del loro nome:

«Nel 1963, quando assegnai ai costituenti fondamentali del nucleone il nome “quark”, avevo prima il suono, senza lo spelling, che poteva essere “kwork”. In seguito, in una delle mie occasionali letture di Finnegans Wake, di James Joyce, mi imbattei nella parola “quark” nella frase “Three quarks for Muster Mark”. Siccome si intendeva chiaramente che “quark” (che significa, in primo luogo, il verso del gabbiano) facesse rima con “Mark”, nonché con “bark” e altre parole del genere, dovetti trovare una scusa per pronunciarla come “kwork”. Ma il libro rappresenta il sogno di un gestore di pub di nome Humphrey Chimpden Earwicker. Le parole nel testo sono tipicamente prese da diverse fonti, come le parole “portmanteau” in Attraverso lo specchio. Di tanto in tanto, appaiono frasi nel libro che sono in parte determinate da richieste di drink al bar. Sostenni, quindi, che forse una delle molteplici fonti per il verso “Three quarks for Muster Mark” poteva essere “Three quarts for Mister Mark”, in qual caso la pronuncia “kwork” non sarebbe totalmente ingiustificata. In ogni caso, il numero tre si adattava perfettamente al modo in cui i quark appaiono in natura.»

– M. Gell-Mann, The Quark and the Jaguar, Adventures in the Simple and the Complex
Tipologia di legami tra barioni (particelle formate da 3 quark) e mesoni (particelle formate da due quark)

Inoltre, sempre per quanto riguardai quark, essi possiedono un tipo di carica chiamato colore, che si rifanno alla triade dei colori primari della sintesi additiva (rosso, verde e blu), mentre le corrispettive antiparticelle, hanno cariche colori che si rifanno alla sintesi sottrattiva (ciano, magenta e giallo), e ogni triade è un colore secondario nell’altra sintesi.
Ovviamente non è solo un modo per etichettare queste correnti, ma l’analogia risulta utile perché la proprietà con cui interagisco e si legano i quark è legata a un teorema che afferma che: “i quark formano particelle (dette adroni) che hanno carica colore nulla”, e quindi risultano bianchi

In conclusione

Diversi sono i modi in cui Arte e Scienza comunicano e si influenzano a vicenda. Io personalmente ho individuato questi, ma potrebbero essercene molti altri.

Ciò che più mi premeva evidenziare è la come il muro tra due culture, esiste solo come percezione o retorica, e non è un qualcosa di effettivo, e che in molti modi questa presunta barriera viene aggirata, superata, e infranta. Le differenze ci sono, certo, ma ciò non le rende branche del sapere separate e inconciliabili, e lo dimostra anche un altro fatto: ogni modo in cui la scienza influenza l’arte porta un corrispettivo modo in cui l’arte può influenzare la scienza, rendendo a tutti gli effetti queste influenze canali comunicativi bidirezionali, e il legame tra “le due culture” più saldo di quanto si tende generalmente a pensare.

Chiudo, lasciando uno spunto per ciò che verrà: molti dei collegamenti qui accennati, verranno ripresi in futuro e approfonditi, quindi risultano di fatto una panoramica di ciò che prossimamente vederete qui sul blog.

Il muro tra le due culture (3/3) – La terza cultura

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Il movimento di Brockman

Le parole del saggio di Snow ebbero un’enorme influenza, non solo nel generare un dibattito (come appena visto), ma iniziando a smuovere qualcosa per abbattere il muro tra le due culture e risolvere la crisi dei saperi.
Nel 1995, John Brockman, un agente letterario statunitense, per risolvere il primo dei due problemi, pubblica un libro dal titolo La Terza Cultura. Oltre la rivoluzione scientifica per dare più risonanza mediatica e portare al grande pubblico quello che già faceva dal 1981 con il Reality Club dove organizzava periodicamente incontri con artisti e scienziati in un’antologia tematica dove voleva far emergere sistemi di pensiero nuovi per il senso comune.

Per terza cultura intendo l’attività di quegli scienziati che sanno dire cose nuove e interessanti sul mondo e su noi stessi che le sanno raccontare a un pubblico vasto, diffondendo la conoscenza oltre i confini angusti dell’accademia.
[…]
La terza cultura si configura pertanto come l’abbozzo di una nuova filosofia naturale, si configura pertanto come l’abbozzo di una nuova filosofia naturale, incardinata su concetti di complessità ed evoluzione. Sistemi altamente complessi – come gli organismi, il cervello, la biosfera, o l’universo stesso – non rispondono al piano di una mente superiore; sono piuttosto il risultato di una lunga evoluzione. Se abbiamo a disposizione un armamentario di nuove metafore per descrivere noi stessi, la mente, l’universo e tutte le cose che vivono in esso, lo dobbiamo a loro: a questa generazione di uomini che ha saputo forgiare nuovi concetti e immagini.

John Brockman, La Terza Cultura. Oltre la rivoluzione scientifica, Introduzione, p 7 -11

In queste parole si evidenzia come la terza cultura sia il prodotto di una comunità di scienziati che ritornano a parlare con il grande pubblico, che, tramite le ricerche fatte, va a creare nuovi concetti e nuove metafore che toccano noi stessi, nel profondo, e ci introducono alla complessità. In questo senso, dei precursori sono stati Erwin Schrödinger con Che cos’è la vita? e Stephen Hawking con Dal Big Bang ai buchi neri, perché l’attività di divulgazione era scomparsa in America, lasciata ai giornalisti di professione. Il libro di Hawking in particolar modo aprì una breccia e smosse gli scienziati a ritornare a fare divulgazione, ma nel 1995 erano solo alcuni grandi comunicatori a tenere banco. Brockman diede inizio ad una rivoluzione dalla diffusione capillare ancora in corso. Il suo manifesto era indirettamente una chiamata all’azione, ma non alla guerra culturale fine a sé stessa. Non era neanche un’opera volta al debunking, ma volta a informare, a coinvolgere, a incuriosire e a spronare a ricercare e ad approfondire sempre di più.
In sostanza, la terza cultura di Brockman sembra molto diversa da quella concepita da Snow.

Copertina de La terza Cultura di John Brockman

In realtà si tratta di due aspetti della stessa cultura che si pone come obiettivo quello di unificare tutte e tre riportando l’unità nel sapere umano. Infatti, i rappresentanti di tale cultura sono autori/creatori di teorie che non possono essere rilegate entro i confini di un’unica disciplina (i lavori Schrödinger riguardavo la biologia, la genetica, e fisica; quelli di Hawking invece cosmologia e fisica; e in tutti vi era una forte componente filosofica); e questo è dovuto anche ad interessi più vasti rispetti agli scienziati “tradizionali” generalmente rinchiusi nella loro branca dall’eccessiva frammentazione, dovuta alla progressiva specializzazione richiesta dalla ricerca.
In ogni caso, risulta ovvio che questa novità degli scienziati divulgatori che entrano su temi di una certa rilevanza umana non fu presa bene dagli “intellettuali” [N.B. le virgolette sono d’obbligo in quanto si riferiscono a coloro che si arrogano il diritto di essere gli unici a meritare questo appellativo in quanto umanisti, ma il termine più corretto sarebbe “luddisti”], anzi reagirono con un acredine che si spiega solo col senso di sconforto dato dall’ignoranza che provano davanti tali argomenti e il motivo è dovuto al terrore di perdere il monopolio della cultura, ora che il pubblico inizia a leggere i libri degli scienziati. Ma i luddisti non sono stati gli unici a opporsi a questo cambiamento perché anche i loro colleghi ricercatori spesso non rispettano il mestiere del divulgatore; quasi come se, chi traducesse le scoperte in un linguaggio comprensibile al grande pubblico, fuori dalle università e dagli istituti di ricerca, tradisse una loggia massonica o violasse un segreto di stato, senza rendersi conto di quanto questo sia necessario per la società, oltre che alla sopravvivenza della credibilità scienza stessa.

Il paradigma perduto di Morin

Un percorso diverso invece, non direttamente derivato dalle riflessioni Snow, portò anche Edgar Morin ad affrontare il problema della separazione delle due culture: e si tratta in particolare della scissione che discende da Descartes tra natura e cultura. Questa separazione, nell’ambito dell’antropologia stava assumendo aspetti grotteschi, perché lo studio delle culture e delle civiltà fino agli anni settanta del XX infatti, non teneva conto della biologia e del fatto che siamo animali, con delle particolarità che ci rendono sì una specie unica, ma sempre animali, e non si poteva più trascurare questo aspetto. Queste riflessioni vennero riportate in apertura del suo saggio Il Paradigma Perduto che costituisce il prologo della lunga e meticolosa ricerca che portò a elaborare Il Metodo esposto in sei libri in cui tutto il sapere viene visto sotto una nuova ottica dove la complessità viene messa al centro.
L’uomo di per sé è un essere e caratterizzato da aspetti diversi che coesistono (quello biologico, legato alla specie; quello psichico che determina l’individuo; e quello sociale che codipende dalla cultura) per questo bisogna aspirare ad
abbracciare questo mondo nella sua globalità, attraverso un approccio che sia multidimensionale alla conoscenza. Il problema che a causa della progressiva settorializzazione e ad una visione riduzionista del sapere, che porta a concepire ogni situazione solo come la somma delle parti e mai nella totalità, non siamo abituati a questo approccio, e questo anche perché la società e i sistemi formativi attuali sono strutturati sulle singole discipline e non sul dialogo e la relazione tra le conoscenze. E così, come Snow prima di lui, giunge a proporre un modo radicalmente diverso di concepire la scuola, ma di questo ne parlerò in un altro articolo in cui approfondirò anche il pensiero di Morin più in dettaglio.
In definitiva, a differenza della fondazione Edge e il movimento di Brockman che punta alla creazione di una comunità e agisce principalmente tramite la divulgazione, il metodo di Morin punta a riformare la scuola e la ricerca, e in sostanza il pensiero e l’approccio verso tutto ciò che ci circonda, per ritrovare il paradigma dell’unità perduta.
Per fare questo parte da alcuni lavori che lui considera i primi veri passi concreti verso l’unificazione e un approccio alla complessità [N.B. inteso non come approccio alle cose complicate, ma di approcciarsi a affrontare e studiare una cosa (come può essere l’uomo), non riducendolo ai singoli componenti, ma nel suo complesso].

L’emergere della complessità nei lavori di Prigogine

Se il concetto di complessità e la necessità di un dialogo tra le varie discipline vi sembra discendere solo dalla ricerca filosofica sulla condizione umana, in realtà vi state sbagliando. In questo hanno giocato un ruolo diverse scienze come la cibernetica, ma soprattutto i lavori del chimico Ilya Prigogine. Premio Nobel per chimica, ha studiato i sistemi dissipativi in termodinamica e i suoi studi hanno contribuito a cambiare il modo di concepire il tempo e la scienza stessa.

Coda di rondine e violoncelli, quadro di Salvado Dalì del 1983 ispirato alla Teoria delle Catastrofi che defeiniva «la più bella teoria estetica al mondo».

Il tempo e la termodinamica sono legati da un principio che afferma che l’entropia (in un certo senso molto preciso, la misura della quantità di disordine) in un sistema (e nell’universo) aumenta sempre, e questo determina in quale direzione scorre il tempo: nel verso in cui ogni trasformazione produce un aumento del disordine. A questa affermazione si è giunti studiando le macchine termiche nel ‘800, ma le leggi trovate hanno una valenza generale e quindi tali risultati sono stati ovviamente estesi a tutti i sistemi. Quindi si poteva descrivere l’evoluzione dell’Universo in modo deterministico tramite leggi fondamentali in cui l’inerzia e il disordine avevano un ruolo centrale.
Ma la biologia, e L’origine delle specie di Darwin in particolare, contrastavano con l’idea di una direzione prestabilita e unica degli eventi, mostrando la tendenza della natura a creare una complessità sempre maggiore, generando una varietà ridondante e negando anche l’idea stessa di un unico percorso possibile all’evoluzione. È per conciliare queste due posizioni quasi opposte che Prigogine studiò i sistemi dissipativi, e notò che un sistema, quando è abbastanza lontano dall’equilibrio tende a comportarsi in modo imprevedibile. Questo avviene perché allontanandosi dalla stabilità il sistema raggiunge il «punto di biforcazione», che è il punto di congiunzione tra due stati possibili raggiungibili dal sistema, e quale sia l’esito dipende dal cammino percorso dal sistema fino a quel momento.
In sostanza è il punto in cui la storia può prendere due strade diverse. Si tratta di un concetto tratto dalla teoria delle catastrofi di Renè Thom (che forse tratterò in futuro), e che Dalì rappresenta in uno dei suoi ultimi quadri.
L’Universo dell’origine è la cosa più lontana dalla stabilità: si può dire che il Big Bang sia l’attimo di massima instabilità, per cui si può affermare che

Non solo la vita, ma anche l’insieme dell’Universo ha una storia

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza, p.214

nel senso che ha nodi in cui la propria evoluzione ha preso un percorso rispetto ad un altro, come i momenti cardine di un racconto che poteva andare in qualsiasi direzione. In questo modo la dicotomia tra l’uomo e la natura viene superata, ma facendo anche emergere la necessità di rivedere le fondamenta della scienza moderna e ampliando il proprio modo di indagare il mondo con forme diverse di razionalità: un nuovo paradigma. Anche in questa ottica Prigogine e Stengers (nel loro saggio La Nuova Alleanza) evidenziano come sia giunto il momento di un dialogo tra le discipline, perché questa dinamica dei sistemi instabili e la loro sensibilità alle condizioni ambientali, fa emergere la complessità nei fenomeni naturali, la necessità di approcciarsi alla totalità (che è una e si rapporta all’infinita molteplicità delle sue parti, concetto tanto caro a Morin) e di conseguenza, applicando il tutto alla ricerca e alla cultura, ed evidenziando la necessità di ridefinire i rapporti tra le discipline.

Dobbiamo imparare a non giudicare più le varie forme di sapere, di pratica e di cultura prodotte dalla società umane, ma a incontrarle a stabilire nuovi canali di comunicazione.

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza, p.286-287

È in definitiva la terza cultura di Brockman, quella del confronto, del dialogo, dove il fine però è cogliere e lasciarsi ispirare dalle inesauribile creatività della natura.

Una e Trina

Così questa nuova sottocultura ora si manifesta una e trina, per rende tripartita la cultura umana al fine di riunificarla in un’unica entità, attualmente frammentata e divisa da un muro di incomunicabilità.
La terza cultura per sua natura è poliedrica, multiforme, e non facilmente inquadrabile in un’unica manifestazione atteggiamento, in quanto si ha la terza cultura di Brockman e quella di scienziati e umanisti che cercano di creare un
ponte che permetta la comunicazione tra le due culture; c’è anche la terza cultura di Calvino e Levi, di Dante e Galileo, di Escher, di Oberth, di Everett III e Borges, i quali si sono messi in mezzo alla divisione creando crepe nel muro, travalicando ogni divisione attraverso una continua contaminazione; e poi c’è la terza cultura di di ricercatori che abbracciano il mondo umanistico, o meglio, le tematiche legate all’uomo e alle sue attività (dalla cultura al funzionamento della nostra mente, ad esempio) tramite metodologie mutuare della scienza, mettendo così a stretto contatto tutte le sottoculture individuate da Snow in un unico programma che pone al centro l’uomo. In sostanza, un nuovo umanesimo che rende giustizia ad entrambi gli aspetti dell’unica cultura esistente, quella caratterizzante la nostra specie fatta di emozioni, istinto, follia, logica razionalità, curiosità sul mondo esteriore e il nostro, interiore: il matrimonio perfetto tra le antitesi dell’illuminismo e il romanticismo.
È quindi questo il ruolo della terza cultura: quello di riunirle tutte e farla ritornare ad essere unica, in quanto è Una, perché una e una sola è la specie umana; e la via per arrivarci è seguire il metodo di Morin e Prigogine che punta ad una visione complessiva e complessa della realtà come metodologia di ricerca e approccio alla realtà e al mondo circostante.

La terza cultura è tale dal punto di vista antropologico?

Un programma d’intenti che accomuna diverse persone appartenenti a diversi contesti non risulta essere necessariamente una nuova cultura in senso antropologico. Da questo punto di vista è Lee Smolin (sempre nell’introduzione del libro di Brockman), a iniziare ad evidenziare ciò che condividono gli esponenti della terza cultura, oltre a comunicare con i non addetti ai lavori:

  1. l’idea che l’Universo non sia statico ed eterno, ma che si evolve nel tempo;
  2. il pensiero che un’intelligenza superiore creatrice sia ridicola;
  3. la convinzione che in questo mondo complesso e auto-organizzato, le proprietà delle cose hanno una natura relazionale.

Per quanto possano sembrare poche cose in comune, da questi punti discendono conseguentemente molti atteggiamenti che si hanno verso la vita e la società che rende, quindi, gli appartenenti a questa comunità, di fatto, una cultura diversa dalle due precedenti, in particolare il terzo punto. Certamente non è una descrizione completa di tutte le loro peculiarità, e col tempo si sarà particolareggiata maggiormente, ma ciò che emerge fin dalla sua origine, la Terza Cultura risulta essere a tutti gli effetti un nuovo approccio alla realtà e al sapere.

Ma quindi, «La cultura è una sola»?

Sì, per quanto siano diverse le manifestazioni con cui ogni popolo la possa esprimere, per quanto particolareggiata e aliena rispetto alle altre, essa sarà comunque un connubio tra tutte queste sottoculture (o solo una di esse), e per questo si incastrerà nel grande mosaico dell’umanità: specie culturale per eccellenza.
Questo perché alla base di entrambe c’è un approccio unico, frutto della nostra natura, che poi si declina in una miriadi di modi, sia a livello antropologico che a livello personale.
Al centro di tutto vi sono sicuramente la creatività e l’immaginazione, entrambe scatenate solitamente dal senso della meraviglia. Il ruolo di queste caratteristiche nell’arte sono facilmente intuibili, mentre per quanto riguarda la scienza, forse risulta meno evidente ma dalle parole di due dei più grandi scienziati del secolo scorso risulterà sicuramente più chiaro quel legame:

«II believe in intuitions and inspirations. I sometimes feel that I am right. I do not know that I am. When two expeditions of scientists, financed by the Royal Academy, went forth to test my theory of relativity, I was convinced that their conclusions would tally with my hypothesis. I was not surprised when the eclipse of May 29, 1919, confirmed my intuitions. I would have been surprised if I had been wrong.»

“Then you trust more to your imagination than to your knowledge?”

«I am enough of the artist to draw freely upon my imagination. Imagination is more important than knowledge. Knowledge is limited. Imagination encircles the world.»

Traduzione:
«Io credo nell’intuizione e nell’ispirazione. A volte sento che ho ragione. Non so come lo so. Quando due spedizioni di scienziati, finanziati dalla Royal Academy, andarono a testare la mia teoria, ero convinto che le loro conclusioni avrebbero concordato con le mie ipotesi. Non ero sorpreso quando l’eclissi del 29 maggio, 1919, confermò le mie intuizioni. Sarei stato sorpreso se mi fossi sbagliato».
“Allora ti fidi di più della tua immaginazione che della tua conoscenza?”
«Io sono un po’ come un’artista che disegna liberamente sulla sua immaginazione. L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata. L’immaginazione circonda il mondo».

Intervista «Albert Einstein» condotta da “George Sylvester Viereck” in pubblicata su The Suturday Evening Post nel 1929

Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico, è anche un fanciullo posto di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come un racconto di fate. Dobbiamo avere un mezzo per comunicare questo sentimento all’esterno, non dobbiamo lasciar credere che ogni progresso scientifico si riduca a macchine e ingranaggi. L’umanità ha bisogno di uomini d’azione, ma anche bisogno di sognatori per i quali perseguire disinteressatamente un fine è altrettanto imperioso quanto è per loro impossibile pensare al proprio profitto.

Marie Curie, Convegno della Cultura del 1933

La meraviglia è quindi ciò che scatena l’immaginazione, la quale è il motore della conoscenza che, tramite la creatività, è capace di realizzare ipotesi sulla realtà, e con l’ausilio di esperimenti mentali (gedankenexperimente), testare le tesi per creare teorie utilizzando metafore e simboli (quali sono le equazioni matematiche, o le formule chimiche) prima di sottoporle alla prova dei fatti. Così, come gli scienziati usano tali forme espressive tipiche dell’arte a loro modo, creando linguaggi tecnici diversi, così gli artisti usano istintivamente i gedankeneperimente prima di dare alla luce un’opera immaginandosi quale sarebbe il risultato finale e se esso può veicolare ciò che vuole esprimere, ovviamente senza contemplare la sperimentazione artistica vera e propria.

In conclusione

Come sempre, non essere capaci di integrare, rinormalizzare (la società) quando qualcosa diverge, non può che portare ulteriori problemi. Questo si è visto con la scissione del sapere unitario in due culture, con la non accettazione della (allora) nuova filosofia naturale da parte della cultura classicista. In Donne si vede tutto il sentimento antiscientifico che sfocerà più avanti, in particolare nel XX secolo. Così questo conflitto, come buona parte di tutti i conflitti culturali, nasce e si alimenta dalla non accettazione di una rivoluzione concettuale (scientifica prima, industriale poi) che ovviamente costringe a un cambio di paradigma per includere la nuova concezione del mondo e/o del sapere.
Questo è alla base della differenza di opinioni tra Bacon e Donne, Thomas Huxley e Matthew Arnold, Snow e Leavis, ma anche tra Paley e Darwin, Bhor ed Einstein, o tra quest’ultimo e Bergson; e in una certa misura anche del secolare triplice conflitto tra ebraismo, cristianesimo e islamismo.
Non ci resta che sperare nelle parole di Snow, e che col tempo la terza cultura aiuti ad abbattere il muro di incomunicabilità che persiste e, vedendo il dilagare del fenomeno delle echo chamber, rischia di degenerare in un tribalismo di specialisti chiusi nella propria incapacità di confrontarsi.
Questo perché ogni cultura, o meglio sottocultura, non può essere ricondotta interamente ad un’altra, ma tutte compongono il puzzle delle conoscenze e delle capacità umane, e come ogni cosa legata alla nostra specie, riprendendo il pensiero di Morin, è molteplice e unica (in senso di unito, all’interno del tutto) e solo
tramite la relazione tra tutte le sue parti può esprimersi al meglio e progredire, altrimenti il destino sarà la progressiva frammentazione e l’incomunicabilità che porta solo in comprensione, divisione e conflitto: una nuova Babele dove i diversi linguaggi sono quelli caratteristici di tutte le sottoculture. L’unico modo per evitare questo scenario, è creare ponti comunicativi ed educare e divulgare tutte le culture; ed è proprio questo per questo che nasce questo mio progetto.

Cronologia

IV-V d.C. – Marziao Cappella divide il sapere in trivio e quadrivio

1751-1780 – Pubblicazione dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert

1833 – Whewell conia il termine «scientist» facendo un’analogia con «artist»

1844 – Stesura dei manoscritti giovanili di Marx ed Engels

1859 – Darwin pubblica L’origine delle specie

1870 – Riforma scolastica inglese che prende il nome di Educational Act

1879 – Stengers introduce il concetto di darwinismo sociale

1894 – Thomas Huxley pubblica Science and education

1924 – Bohr formula il principio di complementarietà

1926 – Heisenberg formula il principio di indeterminazione

1945 – Pubblicazione Che cos’è la vita? di Schrödinger

1948 – Pubblicazione della teoria della cibernetica di Wiener

1949 – Pubblicazione della teoria dell’informazione di Shanon

1953 – Scoperta della doppia elica del DNA

1958 – Heisenberg pubblica Fisica e filosofia

1963 – Snow pubblica il saggio Le due culture

1966 – Pubblicazione della teoria degli automi di Von Neumann

1981 – Prigogine e Stangers pubblicano La nuova alleanza

1981 – Fondazione del Reality Club

2015 – Suzanne Simard scopre la comunicazione vegetale

2017 – Scoperta la natura indipendenti della Wood Wide Web

Riferimenti bibliografici


[1] Bohr Niels (1965), Quanti e vita Traduzione di Paolo Gulmanelli di scritti tratti dai volumi Atomtherie undNaturbescreibung, Atom Physics and Human Knowledge, Essay 1958-1962 on Atom Physics and Human Knowledge, Editore Boringhieri s.p.a.

[2] Brockman John (1995), Le terza cultura traduzione di Luca Carra dell’opera The Third Culture, Garzanti Editore s.p.a.

[3] Capra Fritjof (1975), Il Tao della fisica traduzione di Giovanni Salio dell’opera The Tao of Physics, Adelphi Edizioni s.p.a.

[4] Heisenberg Werner (2008), Fisica e filosofia traduzione di Giulio Ginoli dell’opera Physics and Philosophy, Il Saggiatore s.p.a.

[5] Morin Edgar (1973), Il paradigma perduto traduzione di Eugenio Bongioanni dell’opera Le paradigme perdu: la nature humaine, Valentino Bompiani

[6] Paolini Marco,(2013), ITIS Galileo, Giulio Einaudi s.p.a.

[7] Prigonine Ilya e Stengers Isabelle, (1981), La nuova alleanza a cura di Pier Daniele Napoletani, traduzione dell’opera La Nouvelle Alliance. Métamorphose de la science, Giulio Einaudi editore s.p.a.

[8] Schettino Vincenzo,(2014), Scienza e Arte. Chimica, arti figurative e letteratura, Firenze University Press

[9] Schettino Vincenzo,(2016), La decima musa. Poesia e scienza, Firenze University Press

[10] Snow Charles P. (1963), Le due Culture traduzione di Andriano Caurugo dell’opera The two cultures: and a second look. An expandend version of the two cultures and the scientific revolution, Feltrinelli Editore

[11] Wiener Norbert (2017), Le cibernetica traduzione di Silvia Leonzi e Giovanni Ciofolo dell’opera Cybernetics, or control and communication in the animal and machine, Armando Editore s.r.l.

[12] Pepel Alessandra, Giovannetti Manuela e Cristiana Sbrana, Lifespan and functionality of mycorrhizal fungal mycelium are uncoupled from host plant lifespan articolo pubblicato su Science Reports del 6 luglio 2018

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Il muro tra le due culture (1/3) – L’origine della divisione

Articolo in evidenza

Cosa s’intende con «cultura»?

Art vs Science di Slasher

«Le due culture» è un’espressione che viene usata per la prima volta da Charles P. Snow nel suo omonimo saggio del 1964, e lui stesso specifica che il termine «cultura» ha un duplice significato ed entrambi sono applicabili in questo caso in quanto si completano a vicenda.


La cultura come sviluppo intellettuale

Partiamo dalla prima delle definizioni data dal dizionario, cioè quella di sviluppo intellettuale o sviluppo della mente, o, per citare Coleridge, «lo sviluppo di qualità e facoltà che contraddistinguono la nostra umanità».
In questo senso risulta ovvio come quella umanista e quella scientifica siano culture, o meglio sotto-culture, in quanto nessuna di esse si occupa della totalità della nostra umanità perché:

  • l’istruzione scientifica sviluppa la curiosità per il mondo naturale e l’uso di sistemi concettuali simbolici, ma tralascia le facoltà verbali;
  • l’istruzione classica invece sviluppa il linguaggio delle parole, ma tralascia quello simbolico e la curiosità riguardo la natura per concentrarsi solo sull’uomo e la società.

In sostanza entrambe sottovalutano la gamma di risorse di cui l’essere umano è dotato, e quindi in tal senso non sono una cultura completa, ma solo una parte: in tal senso sono sottoculture.

La cultura per l’Antropologia

La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società. Il secondo in senso antropologico per indicare un gruppo di persone che vivono nello stesso ambiente e sono unite da abitudini, opinioni e modi di vita comuni.

– Taylor

Gli scienziati da una parte e i letterati (o gli umanisti più in generale dall’altra) sono di fatto culture in questa accezione.

Perché solo due

La suddivisione in solo due culture da parte di Snow è principalmente dovuta al fatto di non frammentare troppo l’analisi rischiando, di conseguenza, di perdere efficacia nella trattazione, ma ha anche una motivazione sostanziale. Partiamo intanto con questa caratterizzare prima di vedere se si può particolareggiare meglio tale classificazione.

La cultura scientifica

Gli scienziati, hanno una loro cultura (intesa dal punto di vista intellettuale), in continuo movimento e mutamento, fatta di argomenti rigorosi di livello concettuale elevato (superiore spesso a quello del mondo letterario) e tendono ad usare le parole nel loro significato corretto anche se spesso in contrasto con il loro uso comune. L’arte tende a non trovare posto generalmente nei loro interessi, con l’unica eccezione della musica, e ne consegue che la loro intelligenza immaginativa risulta inferiore al dovuto (per questo l’Arte può giovare a loro e a tutta la Scienza in sé). Inoltre tendono ad essere considerati ottimisti in quanto sono inclini a darsi da fare per cercare un rimedio e pensare che, fino a prova contraria, è sempre possibile trovarlo. Snow, azzardando una definizione telegrafica afferma «hanno per natura il futuro nel sangue». Questo è solo uno degli atteggiamenti trasversali che si ritrova in tutti gli scienziati, ma vi sono altre regole e schemi di comportamento, presupposti comuni e un modo condiviso di accostarsi alle cose, a prescindere dal settore disciplinare di cui si occupano; anzi, spesso è proprio sui concetti scientifici in cui hanno più difficoltà a comprendersi proprio per il grande tecnicismo e l’elevata specializzazione richiesti per padroneggiare certi argomenti. Le caratteristiche che li accomunano sono sorprendentemente estese e profonde, e travalicano ogni altro schema, sia esso mentale, religioso, politico o di classe. Proprio in quanto, senza pensarci, reagiscono allo stesso modo, o con un substrato comune, quella scientifica è considerabile una cultura anche in senso antropologico. In questa cultura ci rientrano anche i tecnici, dato che un progettista, dal punto di vista estetico, intellettuale e morale, si approccia ai problemi e al mondo esattamente come qualsiasi altro scienziato sperimentale, per cui non ha senso creare una demarcazione tra scienziati e tecnici: antropologicamente sono due manifestazioni della stessa cultura.

La cultura umanista

Nel polo umanistico lo spettro degli atteggiamenti è molto più ampio, e dimostra una totale incomprensione della scienza, diffondendo così un’immagine a-scientifica all’intera cultura, visto che tale polo è quello che ha che maggiormente diffonde la sua influenza nel mondo (sia nel senso comune, sia in chi ricopre posti di comando), anzi in alcuni casi può diventare addirittura arrivare a generare un sentimento antiscientifico. Snow evidenzia come i sentimenti di un polo diventano l’opposto nell’altro, tanto che scrive: «Se gli scienziati hanno il futuro nel sangue, allora la cultura tradizionale risponde auspicando che non ci sia il futuro». Questa cultura, dal punto di vista intellettuale, risulta più statica e lenta a cambiare le proprie idee e le proprie visioni rispetto a quella scientifica: questo perché l’arte non ha lo stesso carattere correttivo automatico della scienza, e così si possono creare periodi di traviamento più lunghi, che possono durare anche più di una generazione. Questo ha contribuito a creare una cattiva fama agli artisti nella comunità scientifica, in particolare nella prima metà del XX secolo, perché ha permesso che movimenti artistici appoggiassero o favorissero venti di guerra, regimi totalitari, e persino pulizie etniche, tramite la propaganda.

L’origine della divisione

Come si è creata questa divisione? Il sintomo evidente lo manifestò proprio il già citato Thomas Coleridge il 24 giugno del 1833 quando, al termine della lezione inaugurale della British Association for the Advancement of Science tenuta da William Whewell, intervenne per sostenere che era sbagliato chiamare ancora con il nome «filosofo naturale» o «filosofo sperimentale» chiunque si occupasse delle scienze della natura, branca ancora relativamente nuova. Fu lo stesso Whewell a coniare il termine «scientist» per analogia al termine «artist». Ma appunto si tratta del primo sintomo della rottura, non la causa.

La prima crepa

Herrad von Landsberg – Septem artes liberales (1180 circa)

L’inizio della divisione, e forse le sue cause, si posso ricondurre principalmente al periodo della rivoluzione industriale, come evidenzia Snow, ma le prime tracce si possono già trovare nella seconda metà del ’600 (all’alba della scienza moderna), e nasce dal criticare alla base la nascente filosofia naturale e il suo metodo, cercando di renderla inferiore rispetto alla fede religiosa. Il portavoce di questo pensiero era il poeta John Donne. Questo atteggiamento non deve stupire dato che il sapere, e di conseguenza la formazione universitaria, era concepita in quello stesso modo fin dal medioevo: le arti della sfera matematica (aritmetica, geometria, astronomia e musica) costituivano il quadrivio delle artes reales, che insieme al trivio delle artes sermocinales (grammatica, retorica e dialettica) costituivano le sette arti liberali che erano propedeutiche per lo studio della filosofia e della teologia. Già in questa ottica lo studio della natura si dimostra subordinato alla fede, ma inoltre, rispetto agli altri studi, solo quello delle artes sermocinales permetteva di raggiungere la verità, rendendo così le artes reales di livello inferiore a tutte le altre.

Fabio Daziano – Scudo della Trinità

Donne, quindi, non proponeva alcuna visione nuova, ma semplicemente cercava di mantenere inalterato la struttura del sapere così imposta dal filosofo Marziano Cappella tra il IV e il V secolo d.C. nel suo lavoro di suddividere tutto lo scibile umano in categorie, ovviamente connotando anche ogni sfera/ambito di un certo simbolismo (non a caso l’uso del numero 7 e 3). Col passare dei secoli però questa visione da parte degli uomini di fede (e in particolare della Chiesa) non è cambiata in alcun modo, tanto che Benedetto XVI, nella sua lectio magistralis su Fede, ragione e università tenuta a Ratisbona nel 2016, sostiene che la logica e la scienza non va negata, ma che vi è una logica superiore, che ovviamente risulta legata alla spiritualità e alla fede, dimostrando come quel primo solco nella cultura continua persistere. Perché, se la divisione tra il sapere matematico/scientifico e quello umanistico risale a Cappella, mi riferisco a Donne come portavoce della prima crepa che ha spaccato la cultura in due? Per il semplice fatto che Cappella concepiva ancora lo scibile come un tutto, unico e unito, come l’opera di von Landsberg mostra: racchiuse in un unico cerchio al cui centro c’era la filosofia che conduceva alla verità (e alla teologia); mentre Donne critica la nuova filosofia (naturale) come un corpo diverso, a sé stante, che fa sparire le certezze conquistate, criticando lo scetticismo scientifico additandolo come causa di un inevitabile smarrimento intellettuale: insomma come il mezzo per oscurare e confondere le menti come si vede in questa sua poesia:

And new philosophy calls all in doubt,
The element of fire is quite put out;
The sun is lost, and the hearth, and no man’s wit
can well direct him to look for it.

Traduzione: E la nuova filosofia mette tutto in dubbio, l’elemento fuoco è quasi cancellato;il sole è perduto, e la terra, e non c’è intelletto che possa ben indirizzare l’uomo alla sua ricerca.

– John Donne, The first anniversary

Questo è a tutti gli effetti il punto di partenza della divisione che ora risulta evidente, perché Donne manifesta un rifiuto per quelli che sono i pilastri del metodo scientifico, e quindi si distanzia da ogni possibile sua evoluzione e a qualunque conclusione esso possa portare perché «non c’è intelletto che possa ben indirizzare l’uomo nella sua ricerca».

Tutta va pezzi. Tutta la coerenza è smarritaa

– John Donne

Si tratta per questo della prima crepa nella cultura come unicum, o del primo mattone nel muro dell’incomunicabilità che ora separa scienziati e umanisti: purtroppo il primo di una lunga serie.

La rivoluzione industriale

Encyclopedie di D’Alembert e Diderot

Quella prima crepa divenne man mamo una spaccatura catastrofica con la rivoluzione industriale. Gli umanisti, come evidenzia Charles Snow, non si sono mai sforzati a capire la portata e l’importanza di tale cambiamento epocale, e si sono rifiutati di accettarla, astraendosi, escogitando fantasia in cui fuggire dalle città che diventavano sempre più popolate di operai, e chi non pensava ad una “vita nei boschi” manifestavano tramite le storie l’orrore per questo nuovo corso. Questo lo si vede ad esempio negli scritti di Thoreau e di Emerson, ad esempio; ma in generale, quasi nessuno scrittore riuscì a vedere. Tale rifiuto può trovare cause diverse come i cambiamenti sociali che minavano lo status degli intellettuali dell’epoca, ma principalmente, penso, lo si possa ricondurre ad una conseguenza della non-accettazione della rivoluzione scientifica, di cui quella industriale ne è il trionfo applicativo e tecnico, che emergeva dopo un lungo periodo in cui l’illuminismo e l’uso estremo della ragione avevano dominato l’Europa per più di un secolo.

[la bibliografia e le fonti saranno riportate nella terza parte]

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L’infinito di Leopardi non esiste

Articolo in evidenza

Sono passati quasi vent’anni da quando, rimirando il mio infinito formato dai tetti del mio paese e i giochi di forme e colore delle nuvole dopo un temporale, iniziai a scrivere, per fermare il momento, per immortalare quella visione in parole visto che non avevo alcun modo di fotografarla. Da lì in poi, iniziai a scrivere, grazie all’infinito, alle diverse forme in cui si è manifestato, dal cielo stellato ad occhi come un mare in cui è dolce naufragare, e ancora l’infinito m’ispira. Per questo, non potevo non iniziare questa nuova avventura se non parlando di colui che con le sue parole, in pochi versi, è riuscito a descrivere quell’ispirazione.

L’Infinito non nasce per caso, frutto di un’ispirazione improvvisa, come evento eccezionale nell’opera di questo artista, ma ha radici profonde che risalgono fin dalla sua prima opera, e riecheggia fino alla sua ultima pubblicazione postuma: l’operetta morale Copernico.

Prima de L’Infinito: i saggi giovanili

Leopardi, “il primo dei moderni” per la poesia, è l’ultimo dei classici per la commistione di scienza e arte su cui si basa la sua sensibilità, il suo approccio al mondo, e la sua capacità di spaziare e usare concetti di entrambe le culture nelle sue riflessioni e nelle sue poesie; quell’etichetta può calzargli solo di fronte alla satira che faceva verso la tecnica e macchine. Questa sua erudizione si manifestò per la prima volta con i saggi Storia dell’Astronomia e Saggio sugli errori degli antichi.

L’amore per l’astronomia

Ad onta del suo assoluto dominio continuato per tanti secoli, ad onta della persuasione quasi di tutto il mondo, Copernico si accinse all’impresa, e le difficoltà istesse accrebbero il suo coraggio. Convenia convincere di errore tutti gli uomini, mostrar loro che il credere la Terra immobile e mobili gli astri, era un inganno, e persuaderli a negare fede ai loro sensi. Copernico disprezzò tutti questi ostacoli, e ne trionfò. Egli fu un fortunato conquistatore, che fondò il suo trono, sulle ruine di quello di Ptolomeo.

– Giacomo Leopardi, Storia dell’astronomia dalle origini all’anno MDCCCXIII

Quegli studi e quelle riflessioni furono la base di ciò che lo portò a scrivere le poesie che lo resero celebre e le riflessioni e le prose che mostrarono come non vi era un semplice letterato, ma uno dei più attenti pensatori del suo tempo.

L’influenza dell’antichità

In particolare, furono due gli autori che influenzarono maggiormente il giovane Giacomo: Lucrezio con il suo De Rerum Natura (che sappiamo lesse all’età di 12 anni e da cui prese il suo atteggiamento nei confronti della natura) e Plutarco, che con i suoi Moralia, dette le basi concettuali e l’ispirazione stilistica per le Operette morali, che si pongono essere la rivisitazione personale e moderna dell’opera del filosofo greco.

La visione della Natura

La concezione della natura e del mondo di Lucrezio, il materialismo spietato e senza scampo e l’essenza della Natura Matrigna e indifferente al genere umano, ha influenzato Leopardi per tutta la sua vita e questo traspare sia nei Canti, come Canto di un pastore errante dell’Asia, che nelle Operette Morali, e in particolare nel Dialogo di un islandese e della Natura.

Nel canto, abbiamo un pastore che riflette sulla vita, che è una costante sofferenza, e paragona la via al percorso della Luna a cui egli rivolge domande retoriche e al quale, però, l’astro celeste rimane muto, come rimane inerte davanti all’infelicità, per quanto lui sia certo che lei sappia e riesca a comprendere le sue parole.  

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia letto da Arnoldo Foà; musica di Beethoven, sonata n.14 “Chiaro di Luna”

Nel dialogo, questo aspetto, esplode con la Natura che risponde ad un islandese giramondo che, in qualche modo, da essa, cerca di sottrarsi, e che alla fine finisce inesorabilmente per confrontarcisi, faccia a faccia. Qui l’islandese, la accusa di essere nemica degli uomini e carnefice della propria progenie, per tutte le malattie e le intemperie che ci lancia contro, ma lei risponde che neanche se ne accorge e che non cambierebbe molto se l’umanità si estinguesse, e che la vita come tutto l’universo rientra in un circuito di creazione e distruzione, necessario all’esistenza stessa. L’islandese però rimane con una domanda: quale sia il senso di una vita votata al dolore, la stessa del pastore del precedente canto.

Lettura del Dialogo della Natura e di un islandese letto da Simone Barison

La concezione poetica

Un altro legame con l’antichità si vede proprio nella scelta di chiamare Canti le proprie poesie quando vengono pubblicate nel 1831, anche se già nelle prime composizioni (quelle tra 1818 e il 1821) si evidenzia la concezione di una poesia che richiama la forma orale, di una letteratura che quindi si rifà più alla voce che alla scrittura, tramite l’utilizzo della canzone (si tratta appunto delle sue “canzoni civili”). La decisione di chiamarli <<canti>> risiede nel volersi distanziare dai sonetti, che hanno una forma chiusa e determinata ancora prima di scrivere, in quanto predilige una forma più aperta, proprio perché la poesia per lui è come un canto interiore, un qualcosa di naturale che emerge dallo spirito umano e perciò raggiunge il suo apice quando è libero (questo modo di intendere la poesia lo si ritrova anche in Whitman e in Ginsberg, anche probabilmente senza che vi sia stata alcuna influenza diretta del poeta di Recanati).

Nella seconda della sei sezioni dei canti inoltre c’è un altro legame con la tradizione greca, cioè il ricorso all’idillio: una forma poetica breve, che ha lo scopo di restituire un quadretto campestre, pastorale, in pace con il mondo o l’ambiente circostante. Questa sezione inizia proprio con L’Infinito.

L’infinito poetico e reale

Manoscritto originale de L’Infinito di Giacomo Leopardi (1819)

Il primo idillio parla di spazi immaginati al di là dell’orizzonte, immensi, senza confini; di silenzi che non possono essere umani e una quiete profonda: l’universo immaginato oltre il cielo che una siepe nasconde.

Non è un infinito reale, ma visto solo con gli occhi della mente, percepito tramite paragoni, non d’immagini, ma ad esempio tra i suoi suoni e il silenzio, questo sì infinito e senza confini o direzioni, e per questo suggerisce un’altra infinità: di tempo, come se fossero legate, ma anche l’eterno giunge solo tramite il pensiero per induzione (tutte le n stagioni passate, e l’attuale n+1). In tutto questo il pensiero annega, naufragando dolcemente quelle percezioni mentali, e che, personalmente, può avvenire ammirando certi occhi che mi rievocano quel verso finale.

Non c’è solo questo: ma in quei versi vi è un eco, se non una citazione ai Pensieri di Pascal quando scrive

“Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi atterrisce”

– Blaise Pascal, Pensieri, n 201-206

frase che si riferisce all’assenza delle sfere celesti.

La musica delle sfere

La musica delle sfere discende direttamente dal mondo greco, in cui si associavano le note musicali ai pianeti e il loro moto. Essi (insieme alla Luna, il Sole e le Stelle fisse) sono incastonati in sfere, secondo il modello geocentrico, le quali ruotano con un periodo costante, e per cui con una frequenza precisa, alla quale era quindi possibile associare una nota musicale. Questa visione aveva un legame con la mitologia e la lira di Apollo.

Successivamente, nel medioevo, acquista una lettura di tipo cristiana, facendo riferimenti alla teologia e alle sacre scritture, ma il concetto non cambia fino al ‘500, nonostante Aristotele avesse già fortemente criticato tale visione del cosmo.

Fu Copernico prima, spostando il Sole al centro del sistema, e poi Keplero che rese ellittiche le orbite, a distruggere l’idea delle sfere celesti, anche se non sparì il concetto di armonia del mondo, tanto che portò quest’ultimo a scoprire la sua famosa terza legge.

La musica delle sfere secondo le orbite ellittiche di Keplero

Purtroppo è solo un gioco raffinato, un po’ nostalgico, di rievocare ciò che di bello era andato perso, perché se le nuove orbite ancora permettevano il sogno di una musica celeste, comunque l’infinità dello spazio che Giordano Bruno elaborò filosoficamente e che gli scienziati successivamente iniziarono a sospettare (dati gli immensi spazi tra gli astri), riempirono comunque l’Universo di silenzio assordante e soverchiante.

È questo silenzio a cui si riferisce Leopardi, frutto di un infinito a cui però non credeva come dimostrano questa citazione che richiama indirettamente i ragionamenti di Giordano Bruno:

“Il credere l’universo infinito è un’illusione ottica; almeno tale è il mio parere. Non dico che possa dimostrarsi rigorosamente in metafisica, o che si abbiano prove di fatto, che egli non sia infinito; ma prescindendo dagli argomenti metafisici, io credo che l’analogia faccia molto verisimile che la infinità dell’universo non sia che illusione naturale della fantasia. Quando io guardo il cielo, mi diceva uno, e penso che al di là di que’ corpi ch’io veggo, ve ne sono altri ed altri, il mio pensiero non trova limiti, e la probabilità mi conduce a credere che sempre vi sieno altri corpi più al di là, ed altri più al di là. Lo stesso, dico io, accade al fanciullo, o all’ignorante, che guarda intorno da un’alta torre o montagna, o che si trova in alto mare. Vede un orizzonte, ma sa che al di là v’è ancora terra o acqua, ed altra più al di là, e poi altra; e conchiude, o conchiuderebbe volentieri, che la terra o il mare fosse infinito. Ma come si è trovato per esperienza che il globo terracqueo, il qual pare infinito, e certamente per lungo tempo fu ritenuto tale, ha pure i suoi limiti, così, secondo ogni analogia, si dee credere che la mole intera dell’universo, l’assemblage di tutti i globi, il qual ci pare infinito per la stessa causa, cioè perché non ne vediamo i confini e perché siam lontanissimi dal vederli; ma la cui vastità del resto non è assoluta ma relativa; abbia in effetti i suoi termini. Il fanciullo o il selvaggio giurerebbero, i primitivi avriano giurato, che la terra, che il mare non hanno confini; e si sarebbero ingannati: essi credevano ancora, e credono, che le stelle che noi veggiamo non si potessero contare, cioè fossero infinite di numero.

– GIACOMO Leopardi, Zibaldone, 4292 (20 Settembre 1827)

Giacomo non è in torto, eppure non lo è neanche Bruno, il quale da un ragionamento di Lucrezio e da un sogno arriva a concepire come infinito l’universo, in analogia con la potenza di Dio. Per Bruno, però, i mondi sono molti, simili alla Terra come le stelle sono altri corpi analoghi al Sole, e in questo vie è la confusione di un concetto sulla quale poggia la critica del poeta nei confronti del filosofo, nonostante la sua deduzione (o per meglio dire, induzione) sia la naturale conseguenza della teoria di Copernico.

https://www.dailymotion.com/video/x2meh2w
L’infinito per Giordano Bruno; tratto dal primo episodio della seconda stagione (la prima con Neil DeGresse Tyson) di Cosmo

La visione dell’infinito

La confusione sta nella poca chiarezza nel concetto stesso di infinito, tanto che può assumere svariati significati che ci inducono a pensare a tale concetto, quindi esso risulta ineffabile. Lo stesso Leopardi, in questa poesia, ne usa diversi di questi.
Inizia parlando di spazi interminati, facendo quindi riferimento all’illimitato, cioè qualcosa che può esse anche simile alla superficie di una sfera (o un globo come il nostro pianeta) che non ha confini naturali, dove quindi si può viaggiare sempre, ininterrottamente su di essa, ma pur sempre di un oggetto finito si tratta, con area e un volume ben preciso.

Niente infatti nella natura annunzia l’infinito, l’esistenza di alcuna cosa infinita. L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia. Noi abbiamo veduto delle cose inconcepibilmente maggiori di noi, del nostro mondo ec., delle forze inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi maggiori del nostro ec. Ciò non vuol dire che esse sieno grandi, ma che noi siamo minimi rispetto a loro. Or quelle grandezze (sia d’intelligenza, sia di forza, sia d’estensione ec.) che noi non possiamo concepire, noi le abbiamo credute infinite; quello che era incomparabilmente maggior di noi e delle cose nostre, noi l’abbiam creduto infinito, quasi che al di sopra di noi non vi sia che l’infinito, questo solo non possa venir abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo possa essere maggiore di noi. Ma l’infinito è un’idea, un sogno, non una realtà; almeno non abbiamo alcuna prova di esso, neppur per analogia, e possiam dire di essere a un’infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione di tale esistenza: si potrebbe anche disputare non poco se l’infinito sia possibile (…) e se questa idea, figlia della nostra immaginazione, non sia contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. Certo secondo le leggi dell’esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalla cose esistenti che conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l’infinito cioè una cosa senza limiti, non può esistere (…) Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza a essere lo stesso che il nulla. Pare soprattutto che l’individualità dell’esistenza importi naturalmente una una qualsivoglia circoscrizione, di modo che l’infinito non ammetta individualità e questi due termini sieno contraddittori; quindi non si possa supporre un ente individuo che non abbia limiti.

– Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4177-78 (2 Maggio 1826)

Nonostante l’infinito per lui non esistesse, quel silenzio immenso, universale, lo angosciava, tanto che ci ritornerà più volte nella sua vita, soprattutto nelle Operette Morali (come vedremo dopo), probabilmente proprio perché era una rappresentazione fisica, eppur simbolica, di un vuoto, un nulla, qualcosa di non definibile, che in questa evidenzia come unica cosa possibilmente illimitata.

L’idillio cosmico e il sublime matematico

Non è quindi un’immagine campestre quella che mette in scena Leopardi in questo idillio, ma una poesia che nasce dalle sue passioni astronomiche.

Sembra, inoltre, come sottolinea Maurizio Ferraris, una messa in pratica del sublime matematico. Il sublime per Kant eccede il bello in quanto eccede la forma (i limiti) e ne distingue due tipi diversi: il sublime dinamico e quello matematico. Il sublime dinamico è espressione della potenza della natura, di solito annientatrice, di fronte a cui l’uomo prende coscienza dei propri limiti, come una tempesta di fronte al quale si rimane attoniti; questo è il sublime a cui si rifanno molti artisti romantici come William Turner. Il sublime matematico invece deriva dalla contemplazione di qualcosa troppo grande per essere rappresentato.

WIlliam Turner – Valley of Aosta: Snowstorm, Avalanche, and Thunderstorm

Il primo idillio di Leopardi è espressione di quest’ultimo tipo di sublime in quanto nulla è più grande dell’infinito, tanto che per il poeta è al di là del concetto stesso della realtà, ed è proprio per quello che può diventare poetico. Anzi, va oltre: unisce il concetto dell’infinito matematico (dell’induzione come procedimento, anche senza conoscere realmente la branca matematica che si occupa davvero dell’infinito, cioè l’”analisi” sviluppata Newton e Leibniz) a quello fisico, dato dagli spazi e dal tempo, legandoli in qualche modo per un’associazione di idee, probabilmente data dagli studi di fisica e di astronomia e il concetto di velocità.

Potrebbe sembrare strano associare L’Infinito al sublime matematico e non a quello dinamico; in fondo c’è il vento e il suono delle piante, ma il cuore quasi non regge di fronte all’eterno, al confronto tra sé stesso (la sua voce) e il silenzio cosmico, esattamente come nella citazione di Pascal. Non è un evento naturale a cui assiste a metterlo di fronte ai limiti, né qualcosa di dinamico come il movimento della Terra e dei pianeti intorno al Sole (non qui almeno), ma è un pensiero che cerca di contemplare l’immensità dell’universo e al quale lasciarsi andare totalmente, ma non in modo sofferente, piuttosto con dolcezza; e lo paragona al mare perché nella sua esperienza di uomo finito l’unica cosa di cui non ha potuto vedere i confini (e quindi avvicinarsi a quel concetto) è proprio la vasta distesa d’acqua: un’altra cosa che si estende oltre l’orizzonte, quell’immensità che è proprio l’originale correzione, su cui è ritornato sui suoi passi, e che rende circolare la percezione dell’infinito (un ritorno, un loop, una ripetizione: un altro modo in cui qualcosa di finito ci appare/ci suggerisce il suo opposto).

Non solo la facoltà conoscitiva, o quella di amare, ma neanche l’immaginativa è capace dell’infinito, o di concepire infinitamente, ma solo dell’indefinito, e di concepire indefinitamente. La qual cosa ci diletta perché l’anima non vedendo i confini, riceve l’impressione di una specie d’infinità, e confonde l’indefinito coll’infinito…

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 421 (3 Gennaio 1821)

E in sostanza è proprio questo che sta alla base dei continui rimandi con qualcosa di familiare, e la necessità di ricorrere all’induzione, all’immaginazione, e proprio all’indefinito, necessario per poter far poesia. Infatti non è la realtà a ispirare e ad essere poetica, ma solo prendendo distanze da essa, solo avendo una certa sfocatura, allora può emergere in tutta la sua piena espressività, usando le parole come strumenti, perché intitolare questo idillio con un termine così poco chiaro e compreso, legato a qualcosa che per lui non esiste, è lo strumento per scrivere dell’indefinito come afferma lo stesso Leopardi due anni dopo:

Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio sull’infinito…

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1431 (1 Agosto 1821)

Dalla poesia alla prosa

Come si vede da queste citazioni, Leopardi era (in un suo modo molto personale) un filosofo, o forse sarebbe meglio dire un pensatore completo, che ha avuto una certa influenza su tutto il romanticismo e su intellettuali simbolo dell’800, come Nietzsche, che lo cita in una delle sue prime opere. Tale fama, all’epoca, è dovuta non a I canti, né allo Zibaldone come si potrebbe pensare, perché quest’ultimo è stato ritrovato dopo la sua morte ed è stato pubblicato solo agli inizi del ‘900 grazie a Carducci.

Fu un’altra opera a divulgare il suo pensiero, a sintetizzarlo in una prosa ragionata e spesso ironica, a volte onirica, altre invece dissacrante e provocatoria: le Operette morali, scritte nel 1824. Alcune, si presentano sotto forma di dialoghi, e in particolare, ce n’è uno che riprende la questione del silenzio universale dato dall’assenza della musica delle sfere, ed è il Dialogo della Terra e della Luna, dove risulta evidente la sua adesione all’eliocentrismo, che purtroppo era ancora dibattuto in Italia nonostante i secoli di prove scientifiche (e la cosa per alcuni non è cambiata tuttora).  Già da questo dialogo si notano le radici del pessimismo cosmico, che però diverrà predominante nella sua ultima operetta, scritta a posteriori (1827) e pubblicato solo post mortem: Copernico.

L’ultima operetta: Copernico

La rivoluzione copernicana, così come le sue riflessioni sulle conseguenze che ha sulla condizione umana, lo portarono a scrivere l’ultima sua operetta morale (che ovviamente, fu pubblicata postuma perché censurata).

In questa operetta vi è la storia del pensiero nelle parole del Sole, il quale seguiva la poesia come Omero, e infatti vi è la presenza del carro e delle Ore, e poi il passaggio alla filosofia e alla logica riflettendo sull’umanità, per poi imporre di conseguenza un cambio, una rivoluzione nelle cose: scientifica a livello culturale per come l’abbiamo vissuta storicamente, astronomica nell’ordine delle cose.

In questo rispecchia anche il progredire dello sviluppo di una persona che dal seguire gli istinti e le passioni (la poesia) cresce e matura (la filosofia) fino alla stanchezza o alla fragilità dell’età adulta (logica).

Una rappresentazione del sistema copernicano (o eliocentrico)

L’apertura affonda la sua origine in adolescenza, in Storia dell’Astronomia, quando tratta Copernico, descrivendo la rivoluzione cosmologica, non come un’avventura del pensiero umano ma, un’operazione manuale dove l’astronomo polacco interviene in un gioco da tavolo, spostando gli oggetti celesti come pedine. Questo non è rappresentato come una conquista verso il progresso, ma un’apocalisse per l’umanità. Il Sole manda l’Ultima Ora da Copernico a convocarlo per assegnargli il compito di convincere la Terra a muoversi al posto suo. La tragicità apocalittica dell’evento è mostrata come una commedia e dalle preoccupazione dell’Ora Prima e di Copernico, ma non nella forma dell’operetta, che è impostata appunto come una commedia (con richiami al mito greco), per farsi beffa dell’importanza degli attori e degli eventi rappresentati, seppur ribadito dai protagonisti stessi; in realtà è solo il Sole a minimizzare.

Nel confronto con l’Ultima Ora (con l’ultima ora del giorno) vi è l’eco della Storia dell’Astronomia in quanto sembra compito di Copernico aggiustare il sistema planetario, facendo sorgere il giorno, muovendo gli astri.

Il nichilismo emerge dal fatto che viene distrutto il pensiero che il cosmo sia creato per l’uomo, che l’Universo è una corte che gira intorno alla Terra, la quale è al centro di ogni osa, e quindi all’uomo.

E ne risulterà che gli uomini, se pur sapranno o vorranno discorrere sanamente, si troveranno essere tutt’altra roba da quello che sono stati fin qui, o che si hanno immaginato di essere (…) scoppieranno fuori tante migliaia di altri mondi, in maniera che non ci sarà una minutissima stelluzza della via lattea, che non abbia il suo

– Giacomo Leopardi, Operette Morali, “Copernico”

…tutti i mondi che esistono, per quanto e quanto grandi essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non-esistente, del nulla.

– Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4174 (22 Aprile 1826)

Questa è l’apocalisse che emerge dall’operetta: la tragedia dell’abdicazione del genere umano e della sua deportazione in periferia, alla condanna alla miseria e alla nullità, e non è Copernico a spogliarci della vuota illusione di essere i dominatori dell’universo e del fine ultimo dell’esistenza, ma proprio Leopardi con quest’opera, che ha dunque lo scopo di distruggere la spocchia vanesia dell’umanesimo. Per questo, risulta anche uno scritto di battaglia culturale, che sentiva molto, fin dalla giovinezza.

La censura

Prima edizione delle opere leopardiane pubblicata a Napoli per i tipi di Saverio Starita nel 1835.

Questa operetta divenne uno scritto di battaglia intellettuale, proprio perché esisteva già un Leopardi che trattava di argomenti che ora definiremmo negazionisti, che portava avanti su La Voce della Ragione una violenta campagna contro il sistema copernicano negli anni ‘30. Giacomo era preoccupato di questa omonimia, e aveva paura di essere scambiato con suo padre Monaldo, e nel primo volume da proprie Opere prende le distanze da quelle pubblicazioni. Purtroppo non era isolato, e per quanto le opere di Copernico fossero state da tempo tolte dall’Indice di libri proibiti, si trovarono molte resistenze riguardo questa teoria e le sue implicazioni, così le ultime due operette morali vennero censurate e pubblicate solo molti anni dopo la morte di Giacomo.

La tristezza e il nichilismo universale

Oltre all’eliocentrismo, uno dei motivi della censura è il pessimismo, che qui raggiuge l’apice concettuale, e viene portato ad un livello universale (cosa che poi si rivede nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, citato in precedenza). La riflessione sulla tristezza e l’insensatezza della vita, che lo porta al nichilismo universale in questa operetta, nasce probabilmente dalle proprie condizioni di salute, ma subito vede che la sua condizione non è rara, ma comune e declinata in modi diversi in ogni uomo, e così, il percorso filosofico e interiore che intraprende e di cui i suoi lavori (e in particolare lo Zibaldone), ne sono manifesto e parte fondamentale.

Possiamo vedere come tale evoluzione abbia passato quattro fasi:

  1. pessimismo personale (o soggettivo, psicologico): risalente al 1819, e quindi dei primi idilii (tra cui c’è appunto L’Infinito), in cui Leopardi realizza quanto la vita sia stata spietata con lui, e come può esserlo per un singolo uomo, ma ancora non esclude che altre persone possano essere felici.
  2. pessimismo storico: partendo dalla considerazione che l’uomo può immaginare piaceri che non esistono, può figurarseli come infiniti (di numero durata o estensione), per cui la felicità consiste nell’immaginazione stessa e pura, facoltà che l’uomo ha ricevuto dalla natura (che in questa fase è ancora benigna perché prova pietà per la condizione degli esseri umani); ma la ragione in tempi moderni ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e ha rivelato la realtà per quel che è, facendo quindi piombare l’uomo in una condizione di profonda infelicità (l’infelicità è causata dalla ragione moderna), perché l’unica felicità possibile si ha in una condizione di assenza epicurea o stoica di ogni turbamento.
  3. pessimismo cosmico (negativismo ontologico). il passaggio avviene col Dialogo della Natura e di un islandese, dove la Natura diventa appunto maligna ed è causa delle sofferenze dell’uomo, avendo creato l’essere umano con un profondo desiderio di felicità, a cui si aggiunge il ciclo di produzione e distruzione, già trattato per perpetrare la vita e non la felicità degli esseri viventi, manifestando una visione materialistica della Natura (anticipando Darwin). Questo causa la censura.
  4. pessimismo eroico: nel Dialogo di Plotino e Porfirio contemporaneo al Il Copernico, incentrato sul suicidio, si conclude che la scelta di togliersi la vita deve essere rifiutata in quanto aggiungerebbe un ulteriore motivo di sofferenza alle persone che vogliono bene al suicida. Lo spirito di solidarietà e condivisione tra le persone è l’unico modo per difendersi dalla potenza cieca della natura e auspicando l’avvento di una società in cui gli uomini si stringono in una catena sociale, e quindi l’uomo afferma eroicamente la propria dignità di fronte alla sofferenza.

Come si può vedere, nonostante l’evoluzione del proprio pensiero, e il suo continuo cercare uno spiraglio per la felicità, le 4 forme di pessimismo non si contraddicono, ma anzi, le teorie delle rivoluzioni scientifiche ne estendono il concetto e il raggio di azione: non per niente le ultime due operette morali, che fanno rifermento a due pessimismi diversi, sono contemporanee ed entrambe universali: in una riguarda il cosmo e il posto nel mondo e con la natura, il secondo come ruolo all’interno di una società e come specie.

Infine, ciò che rende questo viaggio intellettuale di Leopardi interessante, sta nel suo essere sia personale, sia universale, in quanto ci si può rivedere l’archetipo del percorso di caduta e rinascita di chi preso dalla sofferenza ha bramato la morte, fino a rendersi conto, in quell’ultima quarta fase, che è un gesto che sarebbe l’esatto opposto di ciò che brama (la felicità) e che condanna gli altri, e forse per deformazione personale ci vedo una prima bozza del Viaggio dell’eroe di Vogler e Campbell.

Riflessioni sull’Arte e la Scienza

La visione leopardiana

Poesia, prosa, saggi e riflessioni su società, arte e scienza, ma da uomo in mezzo alle due culture, quale era la sua visione riguardo il loro rapporto?

Leopardi condanna l’intelletto che va a disvelare ciò che era coperto dalla natura, dall’apparenza, dal mondo che percepiamo solo coi sensi; e in questo vede una morte della poesia, perché una volta che si è giunti alla realtà dei fatti, muore l’immaginazione perché non si riesce più immaginare cosa c’è oltre e quindi muore l’aspetto poetico.

In questa concezione è come se il senso fosse sempre al di là di ciò che vediamo, oltre una siepe od oltre l’orizzonte[1], e che quindi il compito dell’arte, della poesia, della letteratura sia immaginare ed estrapolare come può essere il mondo dietro quel limite momentaneo. In questo la sua scrittura ha quasi una funzione filosofica, dove l’intuizione e l’immaginazione pongono ipotesi sulla realtà domande a cui cercano di dare risposte attraverso una percezione sensoriale ed emotiva, in fondo, la poesia leopardiana ha una natura romantica. Questo pensiero sarà molto presente anche a livello scientifico, soprattutto di fine secolo, perché si pensava che, essendo il mondo finito (come lo concepisce Giacomo) anche ciò che si può scoprire è limitato, e quindi il numero di passi che portano alla verità può essere percorso totalmente, e una volta raggiunta la meta non ci sarà niente da scoprire, la riflessione sarà vana e si avrà la morte dell’immaginazione, e con essa anche del senso di meraviglia e tutto quello che si porta dietro e che rende la scrittura (l’ispirazione e tutto il resto) inutile, e in tal senso, per Leopardi, si ha la morte della poesia.

Critica al pensiero leopardiano

Perché non sono d’accordo?
L‘intero ragionamento si basa due pilastri:

  1. il sapere è finito e si accumula;
  2. la funzione dell’arte è disvelare.

Come dimostrano i paradossi di Zenone ci possono essere infiniti step per arrivare a qualcosa di finito, e già vi è quindi un errore di valutazione. In secondo luogo, nella ricerca (scientifica e non) vi è un continuo cambio di interpretazione della realtà, perché, per quanto la fenomenologia sia cumulativa, essa sarà sempre frutto di una misura, che usa per definizione un rapporto con un campione (e quindi è razionale), mentre il mondo in realtà è reale (), quindi contiene in sé il campo degli irrazionali che chiede una semplificazione, e quindi vi sarà sempre un errore, uno scarto, dentro al quale posso celarsi nuove scoperte[2], quindi ci saranno sempre i cambi di paradigma e riletture. Insomma, cambierà l’ontologia (l’interpretazione del mondo) dato che noi non possiamo arrivare a concepire e a esprimere un qualcosa di infinito a livello numerico, a livello di misura: perciò vi sarà sempre un’eterna ricerca. E questo fa cadere il primo pilastro della visione leopardiana.

Cade anche l’altro pilastro, perché la funzione dell’arte non è disvelare la natura né porsi le domande per produrre una riflessione di un certo tipo. Certo, può esserci questo aspetto, ma la riflessione, e poi l’analisi, è interiore (all’artista o al lettore) e data dalla percezione: non deve essere  l’arte a immaginare e rappresentare qualcosa di presente nella realtà, o qualcosa oltre i limiti della nostra espressione per cui richiede un atto simbolico o qualcosa del genere. No, è qualcosa che ci deve far percepire qualcosa, provare una certa esperienza, certe sensazioni, e quindi, dato che il modo di percepire non è mai esauribile, perché non si può tradurre in modo fisso qualcosa in eterno movimento (come l’evoluzione dei pensieri interiori, delle sensazioni, dell’inconscio e del divenire di una persona), esaurire a parole qualcosa che sia di interiore è impossibile; in aggiunta, questo continuo vortice che è inesauribile,  non avviene solo per la singola persona, ma avviene per ogni persona e per ogni forma di collettività che comprende la persona[3]. E quindi cade anche l’altro pilastro.

In sostanza, pur apprezzando l’opera di Leopardi e il suo pensiero, non posso essere d’accordo con lui, e lui stesso non riesce a vedere alcune cose che sono contenute nella sua stessa poetica e nel suo stesso pensiero. Non percepisce (o forse lo percepisce, ma non gli dà la giusta connotazione) che già all’interno del suo stesso modo di esprimersi e di ragionare vi è scienza: vi sono dei concetti scientifici profondi che a volte usa pure coscientemente per suscitare emozioni e sensazioni  che vanno da un <<affogare dolce>>, di stampo più ottimista e placido, al più inquieto atterrito come avviene in molte operette morali, ed in particolare nel Copernico, dove esplode tutto il suo nichilismo. Anzi, proprio le operette, che contenendo tanto pensiero leopardiano, sono la massima espressione di una letteratura scientifica, poetica e filosofica fatta da uno dei sommi poeti che l’Italia e il mondo intero abbiano visto.

Una visione personale e una dichiarazione di intenti

Nelle Operette Morali, a mio avviso si possono vedere le conseguenze di quello che già si intravede ne L’Infinito e di quelle riflessioni sul senso dell’umanità, sull’immaginazione, sull’inesistenza dell’infinito o dell’assurdo progresso verso una conoscenza e civilizzazione umana. Ne Il dialogo di un islandese con la Natura mostra il legame con gli antichi e quindi la visione di Plutarco e di Lucrezio all’interno dei suoi lavori. Ne Il dialogo della Terra e della Luna, dove in realtà c’è alla radice una delle falle del ragionamento leopardiano anche usata per criticare l’esistenza dell’infinito: dare per certo che la natura sia finita e che sia solo un egocentrismo dell’uomo il pensare che ciò che è oltre lui sia infinito; ma questo rende la natura all’uomo entrambi finiti, e quindi generalizza implicitamente a tutto una proprietà umana, rendendola in un certo senso di nuovo antropocentrica (in sostanza, fa una giusta critica, ma poi commette lo stesso errore). Infine, Il Copernico dove le due cose si uniscono, viene messa in luce l’evoluzione del pensiero umano e il progressivo senso di annichilamento, o meglio di nullità, dell’uomo, non solo a livello storico o planetario, ma cosmico.

Per questo modo così unico e quasi inconsapevole di far convivere Arte e Scienza che c’è in Leopardi, che ho deciso di iniziare proprio da lui, oltre che per racchiudere tutto quello che suscita in me la sua opera e che ho voluto riversare in questo post: il lato umano, interiore, profondo, partendo da un ricordo; il modo in cui lui ha usato i concetti pur distaccandosene; il confronto tra due pensieri in opposizione pur essendo legati, e infine con l’amore per l’astronomia e l’universo e la scienza, che lui amava e odiava allo stesso tempo. Per questo non potevo non iniziare questo progetto con questo grande poeta e pensatore italiano, toccando un’arte così ampia, vasta, immensa e così profonda, intima, e racchiusa in sé e concludere gettandomi anch’io nello scrivere versi come una dichiarazione d’intenti, perché mi auguro e spero che questo progetto diventi qualcosa di importante, e non una qualcosa che muore nel tentativo di voler essere un qualcosa di più grande di ciò che potrà mai diventare, rimanendo schiacciato dalle aspettative e dalla pressione.

“E quindi con queste parole,
di confessione, intento, augurio e timore
chiudo:
perché Arte e Scienza io vo' comparando,
Unendo in cuor mio e nei miei pensieri
forme di sapere che taluni considerano distinte,
antitetiche,
cosicché questa innaturale unione
appaia eretica alla loro visione;
ma spero che preferiranno argomentare
aprendosi al confronto invece di insultare,
perché, come Il Copernico di un'operetta dell'800,
''io non vorrei, per questo, essere abbruciato vivo, a uso della fenice”

[1] Anticipando la descrizione delle porte e dei guardiani de Il processo di Kafka che Giuseppe O. Longo rilegge in chiave diversa, legata al senso, e non alla legge, nel suo saggio Il senso e la narrazione.

[2] come la relatività generale nell’errore dell’orbita di Mercurio

[3] ma di questo si ragionerà in un altro momento perché la collettività è diversa dalla somma dei soggetti che lo compongono

BIBLIOGRAFIA

1) Giacomo Leopardi – Operette morali

2) Giacomo Leopardi – Zibaldone

3) Giacomo Leopardi – I canti

4) M. T. Borgato, L. Pepe – Leopardi e le scienze matematiche

5) P. Odifreddi – Grandi menti a confronto

5) E. Zinato – Leopardi fra Copernico e gli automi: letteratura e scienza

6) V. Schettino – La decima musa. Poesia e scienza

7) Piergiorgio Odifreddi – Ritratti dell’infinito

8) Giuseppe O. Longo Il senso e la narrazione

Musica per esplorazione spaziale

Articolo in evidenza

La Scienza è stata spesso fonte di ispirazione e veicolo di divulgazione, ma anche di promozione di eventi scientifici e di suggestione, e l’esplorazione spaziale non è stata di certo la prima ad accorgersene, ma è quella che di recente ha forse dato tra gli spunti più suggestivi, avvalendosi della musica, facendola diventare una colonna sonora per eventi reale. L’ultimo in ordine cronologico è sicuramente il video di Brian May pubblicato l’ultimo dell’anno canale Queen Official di Youtube.

Nuovi Orizzonti per Brian May

Nel 1992 venne scoperto il primo oggetto della fascia di Kuiper e questo portò a modificare la nostra concezione sulla formazione dei pianeti nel sistema solare, in quanto in questa regione, prima considerata solo formata da comete e piccoli meteoriti o asteroidi (residui dell’origine), è in realtà costituita da una miriade di pianeti nani come Plutone. Fu così che iniziò a diventare molto importante esplorare questo pianeta per comprendere al meglio la nostra storia e il nostro sistema.

Brian May con un modello di Plutone ricavato dopo le scoperte di New Horizons

La missione New Horizons (“Nuovi Orizzonti”) è stata concepita per questo: fotografare da vicino questo pianeta (declassato) e il suo satellite Caronte, mapparne la superficie, analizzarne l’atmosfera e la morfologia. In realtà chiamarlo satellite risulta abbastanza scorretto in quanto il baricentro di rotazione non è interno al Plutone ma è situato tra i due corpi celesti, così da renderli un sistema planetario doppio, unico nel sistema solare.

Infine, avendo 4 lune vere e proprie (Stige, Notte, Idra e Cerbero) la missione poteva risultare interessante anche per comprendere meglio gli esopianeti (pianeti che ruotano intorno ad altre stelle).La sonda, attualmente operativa, ha peso totale di mezza tonnellata (meno di un satellite di telecomunicazioni) e consuma meno di molte lampadine (solo 28 Watt ) per tutta la strumentazione. Il lancio è avvenuto nel 2006 e ha lasciato la terra alla velocità record di 16km/s: in meno di un anno era già a Giove. L’intera sonda è alimentata da una gigantesca batteria di plutonio (elemento scoperto nello stesso periodo in cui si scoprì Plutone e da cui prende il nome) che sfrutta il suo decadimento naturale, e dovrebbe rimanere attiva almeno fino al 2035. Ultima piccola curiosità: la sonda contiene le ceneri di Clyde Tombaugh che nel 1930 scoprì il pianeta (nano). La cover della canzone Uptown Funk fatta dal canale acapellascience riportata qui sotto mostra bene la strumenti della sonda e come sono state recepite i primi dati (le foto ad alta risoluzione sono arrivate 16 mesi dopo) . [Attenzione; video alto contenuto di nerdismo!]

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A pochi giorni dalla ricezioni dei primi dati, Brian May, storico chitarrista dei Queen e dottore in astrofisica, inizia la sua collaborazione con la NASA, e realizza le immagini stereoscopiche di Plutone (che potete vedere a questo link https://www.brianmay.com/brian/brianssb/brianssbjul15b.html#31). Ultimato il fly-by del sistema binario plutoniano, New Horizons ha proseguito il suo viaggio verso la fascia di Kuiper per andare a visitare un asteroide scoperto l’anno precedente dal telescopio spaziale Hubble denomitato 2014 MU69, soprannominato Ultima Thule per coinvolgimento popolare da parte della NASA, e in vista di quell’incontro Alan Stern (principal investigator della missione) chiede proprio a May di comporre canzone per fare da colonna sonora a questo incontro. La canzone, che rappresenta solo l’ultimo dei tanti connubi tra musica ed esplorazione spaziale, è stata pubblicata il 31 dicembre ed accompagnata da un video che illustra il viaggio di questa sonda che, come suggerisce il suo nome, ci sta aprendo nuovi orizzonti e spinge sempre più in là i confini dei mondi da noi conosciuti (anche solo di vista).

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La collaborazione tra Vangelis e L’ESA

La canzone di Brian May non è la prima che fa da colonna sonora ad un incontro di questo tipo. Il suo predecessore fu Evángelos Odysséas Papathanassíou, meglio noto come Vangelis, con la missione Rosetta, che si poneva come obiettivo di raggiungere in dieci anni la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, facendovi atterrare anche un lander chiamato Philae. La missione era stata progettata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e aveva oltre agli obiettivi scientifici erano stati pensati una serie di sottoprogetti a scopo divulgativo, come ad esempio cartone animato a puntate (lo puoi trovare qui nel suo montaggio completo). Proprio con questa ottica l’astronauta dell’Esa André Kuipers (che non c’entra nulla con l’astronomo che da il nome alla fascia in cui si trova ora New Horizons) ha spinto il compositore greco a riprendere il lavoro nel suo studio con l’ausilio del sistema MIDI di sintetizzatori analogici e digitali basato sul “Direct box” (usato per la prima volta nell’omonimo album del 1988), dopo 18 anni di inattività. E così vengono realizzati tre brani: Arrival, Philae’s Journey e Rosetta Waltz, e vengono pubblicati sul canale Youtube dell’ESA a poche ore dall’atterraggio del lander Philae nel novembre 2014.

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Non sono però solo un lavoro su commissione su cui mettere delle immagini o delle animazioni: infatti Vangelis ci ha intravisto il germe di un nuovo concept-album in queste tre composizioni, dove l’estetica è già compiuta e vi è un tema che poteva essere ampliato in un’opera, poi sviluppata in dieci movimenti. L’album completo è stato distribuito a una settimana dalla fine della missione previsto per il 30 settembre 2016 (quando l’orbiter è stato fatto schiantare sulla cometa e sono state spente le comunicazioni), e ha tratto ispirazione proprio dalle videochiamate fatte con Kuipers che, dalla stazione spaziale internazionale, gli raccontava le storie ed esperienze diverse. Al lancio del disco, è stato rilasciato un album trailer dove l’autore si concede a riflessioni sulla musica e l’esplorazione spaziale, rievoca le tappe salienti del viaggio di Rosetta.

https://youtube.com/watch?v=SPzDG6HTHJ4%3Fautoplay%3D0%26mute%3D0%26controls%3D0%26origin%3Dhttps%253A%252F%252Fwww.wix.com%26playsinline%3D1%26showinfo%3D0%26rel%3D0%26iv_load_policy%3D3%26modestbranding%3D1%26enablejsapi%3D1%26widgetid%3D11

Mitologia, scienza ed esplorazione dello spazio sono temi che mi hanno sempre affascinato fin dalla mia infanzia. E sono in qualche modo collegati con la musica che scrivo

– Vangelis

Mythodea: un tributo all’odissea marziana

L’esperienza di Rosetta non né l’unica né è la prima per Vangelis nell’ambito dell’esplorazione spaziale. Il 13 luglio del 1993 va in scena la premier di Mythodea nel suggestivo odeo di Erode Attico, sul meridionale pendio dell’acropoli di Atene. Si tratta di un’opera interamente scritta da Evangelos Odysseas Papathanassiou e composta da sette movimenti e liriche in greco antico. Nel 2001 (anno a cui risale la precedente citazione) realizza finalmente quel connubio tra musica, mitologia e scienza che sognava da tempo. In accordo con la Sony Classical, riescì a creare un progetto multimediale con l’amico Scott Bolton in cui vennero coinvolte la tv nazionale e la NASA, facendo diventare così quell’opera messa in scena solo una volta il tema musicale della missione 2001 Mars Odyssey, il cui principale obiettivo scientifico era determinare l’abitabilità del pianeta rosso. Per fare questo, la sonda costruita dalla Lochkeed Martin aveva delle sottomissioni: – mappare la composizione chimica della superficie globale;- determinare l’abbondanza di idrogeno nel sottosuolo superficiale;- acquisire immagini spaziali e spettrali sulla mineralogia della superficie;- fornire informazioni sulla morfologia della superficie marziana;- caratterizzare le radiazioni nell’ambiente spaziale vicino a Marte per determinare i rischi per futuri equipaggi umani.

Ho composto il vocabolo Mythodea dalle parole greche Mito e Ode. Sento con certezza che esse corrispondono esattamente a quanto la Nasa sta facendo per esplorare Marte. Qualsiasi cosa noi si utilizzi come chiave di lettura per risolvere il mistero della creazione coinvolge musica, mitologia, scienze, matematica, astronomia. Tutti stiamo lavorando consciamente o inconsciamente al risolvere il mistero universale: chi siamo da dove veniamo, dove andiamo.

– Vangelis

Rendez-vous Houston

Nel centocinquantesimo dello stato del Texas, il direttore musicale della Houston Grand Opera contattò Jean-Michel Jarre per celebrale l’evento con un concerto nella capitale. Per l’occasione la NASA gli chiese di integrare nello show un tributo per la Lyndon B. Johnson Space Center, dato che era il venticinquesimo anniversario di quella fondazione. Lo skyline della città e il progetto lo coinvolsero talmente tanto che scrisse e pubblicò un album di inediti, in concomitanza dell’evento, dal titolo Rendez-Vous. Per realizzarlo collaborò con due astronauti, in particolare (almeno inizialmente) Ronald McNair, il quale era anche un musicista jazz, tanto che il momento culmine del concerto doveva esserci un duetto trai due, tramite un collegamento video in diretta dallo spazio. Purtroppo, McNair morì nell’esplosione dello Space Shuttle Challenger avvenuta il 28 gennaio del 1986. Fu grazie all’amico e astronauta Bruce McCandless che il concerto non venne annullato, ma si trasformò in un tributo alle vittime dell’incidente, e il brano che avrebbe dovuto suonare insieme al collega, Last Rendez-Vous, venne rinominato Ron’s Piece in sua memoria. Quel concerto entrò nel Guinness dei Primati per essere il più grande fatto all’aperto mai fatto, con un milione e mezzo di spettatori e l’intero skyline a fare da elemento scenografico, accompagnando il tutto con giochi di luci, fuochi d’artificio e raggi laser che arrivavano ad essere anche strumenti musicali.

https://youtube.com/watch?v=GYio7l7B940%3Fautoplay%3D0%26mute%3D0%26controls%3D0%26origin%3Dhttps%253A%252F%252Fwww.wix.com%26playsinline%3D1%26showinfo%3D0%26rel%3D0%26iv_load_policy%3D3%26modestbranding%3D1%26enablejsapi%3D1%26widgetid%3D15

Le prime collaborazioni

Vorrei concludere questo viaggio con l’evento simbolo dell’esplorazione spaziale, nonché forse la prima grande unione che si ha avuto con il mondo musicale. Era il 20 luglio del 1969 e in diretta sulla BBC i Pink Floyd improvvisarono durante la discesa dell’Apollo 11. Una piccola esibizione per i Pink Floyd ma una grande prima volta avanti per la musica e l’arte, che si è intrecciata di nuovo con la scienza, ma in un modo inedito fino a quel momento. Giunto alla conclusione del viaggio con l’inizio di questa avventura, vi saluto con riportando le parole di Gilmour rilasciate al The Guardian in cui racconta quel momento [l’articolo originale lo trovi qui], e alla splendida musica di questi artisti che hanno saputo dare la degna colonna sonora a questi grandi passi dell’umanità. Buon ascolto, e alla prossima.


It was fantastic to be thinking that we were in there making up a piece of music, while the astronauts were standing on the moon. It doesn’t seem conceivable that that would happen on the BBC nowadays.It didn’t have a significant impact on our later work. I think at the time Roger [Waters], our lyricist, was looking more into going inwards, going into the inner space of the human mind and condition. And I think that was sort of the end of our exploration into outer space.We didn’t make any songs out of the jam session. We did, on occasions, do music live that would be a jam session of some sort; that would have some structure which we would organise ourselves. And I’ve heard documentaries where I recognise my music. It’s very odd to be watching a documentary and to hear something that you know is yourself, but you have no recognition of when you did it or how. I’ve never forgotten Moonhead, though. “

– David Gilmour, My moon-landing jam session, dal The Guarian 02/07/2009

DISCOGRAFIA

Per chi fosse interessato può reperire alcune delle opere sopra citate tramite i seguenti link prodotti della mia affiliazione Amazon:

Articolo pubblicato originariamente nella precedente versione del blog che si trova a questo link: https://lorenzogandini.wixsite.com/xarenios-aes/post/musica-per-esplorazione-spaziale

Le notti stellate di Van Gogh

Articolo in evidenza

Ora voglio assolutamente dipingere un cielo stellato. Spesso ho l’impressione che la notte abbia una ricchezza di colori maggiore del giorno, colorata dei viola, i blu e i verdi più intensi.
Facci attenzione e noterai che certe stelle sono color limone, altre hanno luccichii rosati, verdi, blu nontiscordardimé. E senza insistere oltre, è evidente che dipingere un nero blu.

– Vincent Van Gogh, I miei quadri raccontati da me

Van Gogh amava il cielo quanto i girasoli, i campi, e la ritratti del vivere quotidiano, e questa sua passione, unendosi al suo modo unico di vedere ed esprimere con immensa potenza espressiva i colori, gli fece cogliere delle sfumature (e la scintillazione) che pochi prima di lui avevano osservato con tanta attenzione, e ancor meno sono stati capaci di esprimere quella meraviglia in modi diversi. Questa sua sensibilità lo portò a diverse visioni della notte radicalmente diverse eppure legate in qualche modo, capaci di esprimere al meglio due visioni del cielo: quella classica e che lui conosceva bene grazie anche ai saggi di Flemmarion (molto probabilmente Astronomie Populaire e Les éstoiles et les curiosités du ciel) che l’astronomo scrisse per orientare i lettori al riconoscimento e alla conoscenza delle caratteristiche dei vari corpi celesti (a quanto riportato da Paolo Maffei, vedi i riferimenti in fondo all’articolo), e quella che sarebbe venuta decenni dopo la sua morte, come se avesse percepito qualcosa che la scienza ancora non aveva colto né dimostrato.

La quiete sul Rodano

…finalmente il cielo stellato dipinto di notte, alla luce di una lampada a gas. Il cielo è blu, l’acqua è blu reale, la terra malva. La città è blu e viola. I lampioni a gas e i loro riflessi color oro rosso e sfumano fino al bronzo verde. Sul campo blu-verde del cielo lo scintillio verde e rosa dell’Orsa maggiore il cui discreto pallore contrasta l’oro violento dei lampioni.

– Vincent Van Gogh, I miei quadri raccontati da me

Così Vincent scrive al fratello Theo il 29 settembre 1888, per comunicargli la gioia di aver finalmente catturato in un’immagine qualcosa che da tanto voleva poter esternare sulla tela.

Van Gogh - Notte stellata sul Rodano (1868)
Van Gogh – Notte stellata sul Rodano (1888)

Quando vidi questo quadro, inaspettatamente, in una sala del Palazzo Reale di Milano, venni catapultato nella notte, e tutte le sensazioni di appartenenza, placida malinconia, serenità, come se riuscissi a connettermi con la mia vera casa, riemersero potenti. Non osservavo più un quadro, ma il mio sentire manifestato in quella rappresentazione. Ѐ stato qualcosa di davvero potente. Non mi stupisce che questo dipinto sia la manifestazione della raggiunta maturità dell’artista.Com’è stato possibile realizzare questo effetto? A posteriori, tra i molteplici aspetti tecnici e artistici, a mio avviso ce n’è uno in particolare, cioè che rispecchia la percezione intima e classica del cielo, che è quella che istintivamente si percepisce, anche se non è quella reale (perché spesso la realtà delle cose è controintuitiva), grazie in primis alla sopracitata scintillazione che fa luccicare le stelle, anche di colori diversi, e questo viene riportato con una pennellata minuscola al loro interno; forse è proprio questo effetto ottico ad aver suggerito in qualche modo la classica rappresentazione stilizzata delle stella.La tranquillità degli astri, delle ”vaghe stelle dell’Orsa” si contrappongano alle calde luci cittadine che creano effettivamente quell’atmosfera sognate e romantica riflettendosi sull’acqua del fiume; e sono queste luci tremolanti a caratterizzare il quadro. In quelle strisce di luce illusorie, il colore crea dinamismo e profondità, come è giusto che sia: la placidità e la serenità nel cielo, il movimento e l’azione in terra.

Vortici nel cielo di Saint Remy

Van Gogh ritornò sul tema del cielo notturno meno di un anno dopo, rappresentando la Notte Stellata che si vedeva dalla sua stanza di Sain Remy il 19 giugno del 1889 circa alle 4:00 del mattino.

Van Gogh - Notte stellata (1889)
Van Gogh – Notte stellata (1889)

Questo quadro ribalta drasticamente la concezione del precedente, ed entra in contrasto con ciò che erano le conoscenze dell’epoca.

Qui, il cielo non risulta tranquillo e ispiratore di un certo senso di pace, come si aveva nella visione classica, che si manteneva nonostante si sapesse ormai da tempo che i moti dei pianeti avvengono a grandi velocità, perché il tutto era comunque legato da una certa armonia.

William Parsons – M51 sketch (1845)

Spicca, a rafforzare questo cambiamento, la spirale nel cielo che porta un senso di agitazione, e rimanda alla Via Lattea, anche se non so se Vincent sapesse già che la nostra galassia ha quella forma, nonostante i lavori di William Parsons (terzo conte di Rosse), che mostrarono per la prima volta la natura spiraliforme di alcuni di questi oggetti celesti già nel 1845.

Ѐ molto probabile, in realtà, che sia “Arte rivoluzionaria (che) anticipa la fisica visionaria” citando Leonard Shlain. Per quanto riguarda le  stelle, si può notare un altro grande cambiamento: appaiono come globi luminosi che irradiano energia più che come bagliori scintillanti, e questo mi rimanda subito, nella mia mente, a come gli astri vengono descritti dall’astrofisica: ammassi gassosi sferici che grazie alle reazioni (nucleari) che avvengono al loro interno irradiano energia in tutte le direzioni (e quindi con una simmetria sferica).   Questa visione del cielo, così dinamico e contrasta con la città sottostante, che risulta buia. Forse è l’immobilità della città olandese in quel momento che fa percepire a Vincent un cielo così inquieto, e forse la città è così spenta per il suo distaccamento della realtà sempre più progressivo (dato che lo dipinge in manicomio), così come il cielo potrebbe rappresentare l’angoscia e la follia interiore che sente crescere… o forse semplicemente queste sono tutte speculazioni, ma ciò che rimane è quel ribaltamento della concezione classica, e rispetto al quadro precedente, e ciò risulta davvero affascinante.  Citando vKlabe “…l’insieme vorticoso dei colori e pennellate permette che la luce siderale permetta che si fonda con il cielo, che si fonde con le montagne, che si fonde con il paesino, che si fonde con la natura…”, in un immagine immobile che allo stesso tempo suggerisce un movimento incessante.

Come un quadro di Vincent

Quel movimento costante esiste, ed è composto da moti diversi: quello rotazione della Terra sul proprio asse, della durata di circa ventiquattro ore; quello di rivoluzione intorno al Sole, che avviene in un anno alla velocità di 29,79 km/s; la precessione degli equinozi, che ha un periodo di 25.765 anni (chiamato anche “anno platonico”); e tutto il Sistema Solare orbita intorno al centro della galassia alla velocità di 250 km/s. Ed è proprio con immagine della nostra galassia fotografata dalla sonda Planck vorrei concludere questo nostro viaggio iniziale.

The magnetic field along Galatic plane [ESA/Planck Collaboration]

Questa immagine è stata elaborata il 15 dicembre del 2014. I colori non sono quelli reali, ma rappresentano l’intensità di emissione della polvere tramite la quale, gli scienziati della Collaborazione ESA/Plank, riescono a rilevare la struttura delle nuvole di gas e polvere interstellare presente nella nostra galassia dato che queste si allineano al campo magnetico (per dettagli maggiori vi rimando al link nella bibliografia).  Quelle linee, quindi, che un po’ sembrano disegnate dal tocco di Van Gogh, sono quelle del campo magnetico della Via Lattea: l’unico corpo celeste a tagliare il cielo notturno come il vortice rappresentato nel quadro dipinto a Saint Remy, dimostrando di essere un ottimo esempio di come l’intuizione artistica possa anticipare le scoperte scientifiche. Come evidenziato prima, non so cosa spinse Vincent a dipingere notti tanto diverse dopo così poco tempo, se la sua ossessione come emerge dalle lettere al fratello o altri fattori, ma spesso, perso ad ammirare le stelle, mi piace immaginare, che nel suo inquieto vivere, quel dolore che lo tormentava, gli permise di vedere oltre la realtà che lo alienava, al di là dell’apparente quiete, riuscendo a percepire quello che solo più secolo dopo siamo riusciti a vedere tramite misure scientifiche. Perso in questi viaggi, con le teorie e le conoscenze della fisica attuale, mi chiedo cosa questo immenso artista vedrebbe, e quanto darei poter essere in quel campo con lui (come nella famosa puntata di Doctor Who) e dare una nuova visione alla stelle e al notte che tanto mi hanno dato nella vita.Ha ragione Rimbaud: “Ah! La scienza non va abbastanza svelta per noi!”; e l’unica speranza che abbiamo è ricercare altri artisti rivoluzionari, capaci di anticipare e regalarci visioni che la scienza, solo in futuro, potrà donarci.


BIBLIOGRAFIA
1) Van Gogh – I miei quadri raccontati da me
2) Paolo Maffei – Segni premonitori in artisti di fine Ottocento di teorie e scoperte scoperte scientifiche del Novecento contenuto in Tra Frankenstein e Prometeo. Miti della scienza nell’immaginario del ‘900 a cura di Francesca Montespinelli
3) vKlabe – vKlabe on: Vincent VAN GOGH – l’ultimo serial killer d’animo romantico
4) ESA/Planck Collaboration – The magnetic field along the Galactic plane

Articolo pubblicato originariamente nella precedente versione del blog che si trova a questo link: hhttps://lorenzogandini.wixsite.com/xarenios-aes/post/le-notti-stellate-di-van-gogh

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