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Il muro tra le due culture (3/3) – La terza cultura

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Il movimento di Brockman

Le parole del saggio di Snow ebbero un’enorme influenza, non solo nel generare un dibattito (come appena visto), ma iniziando a smuovere qualcosa per abbattere il muro tra le due culture e risolvere la crisi dei saperi.
Nel 1995, John Brockman, un agente letterario statunitense, per risolvere il primo dei due problemi, pubblica un libro dal titolo La Terza Cultura. Oltre la rivoluzione scientifica per dare più risonanza mediatica e portare al grande pubblico quello che già faceva dal 1981 con il Reality Club dove organizzava periodicamente incontri con artisti e scienziati in un’antologia tematica dove voleva far emergere sistemi di pensiero nuovi per il senso comune.

Per terza cultura intendo l’attività di quegli scienziati che sanno dire cose nuove e interessanti sul mondo e su noi stessi che le sanno raccontare a un pubblico vasto, diffondendo la conoscenza oltre i confini angusti dell’accademia.
[…]
La terza cultura si configura pertanto come l’abbozzo di una nuova filosofia naturale, si configura pertanto come l’abbozzo di una nuova filosofia naturale, incardinata su concetti di complessità ed evoluzione. Sistemi altamente complessi – come gli organismi, il cervello, la biosfera, o l’universo stesso – non rispondono al piano di una mente superiore; sono piuttosto il risultato di una lunga evoluzione. Se abbiamo a disposizione un armamentario di nuove metafore per descrivere noi stessi, la mente, l’universo e tutte le cose che vivono in esso, lo dobbiamo a loro: a questa generazione di uomini che ha saputo forgiare nuovi concetti e immagini.

John Brockman, La Terza Cultura. Oltre la rivoluzione scientifica, Introduzione, p 7 -11

In queste parole si evidenzia come la terza cultura sia il prodotto di una comunità di scienziati che ritornano a parlare con il grande pubblico, che, tramite le ricerche fatte, va a creare nuovi concetti e nuove metafore che toccano noi stessi, nel profondo, e ci introducono alla complessità. In questo senso, dei precursori sono stati Erwin Schrödinger con Che cos’è la vita? e Stephen Hawking con Dal Big Bang ai buchi neri, perché l’attività di divulgazione era scomparsa in America, lasciata ai giornalisti di professione. Il libro di Hawking in particolar modo aprì una breccia e smosse gli scienziati a ritornare a fare divulgazione, ma nel 1995 erano solo alcuni grandi comunicatori a tenere banco. Brockman diede inizio ad una rivoluzione dalla diffusione capillare ancora in corso. Il suo manifesto era indirettamente una chiamata all’azione, ma non alla guerra culturale fine a sé stessa. Non era neanche un’opera volta al debunking, ma volta a informare, a coinvolgere, a incuriosire e a spronare a ricercare e ad approfondire sempre di più.
In sostanza, la terza cultura di Brockman sembra molto diversa da quella concepita da Snow.

Copertina de La terza Cultura di John Brockman

In realtà si tratta di due aspetti della stessa cultura che si pone come obiettivo quello di unificare tutte e tre riportando l’unità nel sapere umano. Infatti, i rappresentanti di tale cultura sono autori/creatori di teorie che non possono essere rilegate entro i confini di un’unica disciplina (i lavori Schrödinger riguardavo la biologia, la genetica, e fisica; quelli di Hawking invece cosmologia e fisica; e in tutti vi era una forte componente filosofica); e questo è dovuto anche ad interessi più vasti rispetti agli scienziati “tradizionali” generalmente rinchiusi nella loro branca dall’eccessiva frammentazione, dovuta alla progressiva specializzazione richiesta dalla ricerca.
In ogni caso, risulta ovvio che questa novità degli scienziati divulgatori che entrano su temi di una certa rilevanza umana non fu presa bene dagli “intellettuali” [N.B. le virgolette sono d’obbligo in quanto si riferiscono a coloro che si arrogano il diritto di essere gli unici a meritare questo appellativo in quanto umanisti, ma il termine più corretto sarebbe “luddisti”], anzi reagirono con un acredine che si spiega solo col senso di sconforto dato dall’ignoranza che provano davanti tali argomenti e il motivo è dovuto al terrore di perdere il monopolio della cultura, ora che il pubblico inizia a leggere i libri degli scienziati. Ma i luddisti non sono stati gli unici a opporsi a questo cambiamento perché anche i loro colleghi ricercatori spesso non rispettano il mestiere del divulgatore; quasi come se, chi traducesse le scoperte in un linguaggio comprensibile al grande pubblico, fuori dalle università e dagli istituti di ricerca, tradisse una loggia massonica o violasse un segreto di stato, senza rendersi conto di quanto questo sia necessario per la società, oltre che alla sopravvivenza della credibilità scienza stessa.

Il paradigma perduto di Morin

Un percorso diverso invece, non direttamente derivato dalle riflessioni Snow, portò anche Edgar Morin ad affrontare il problema della separazione delle due culture: e si tratta in particolare della scissione che discende da Descartes tra natura e cultura. Questa separazione, nell’ambito dell’antropologia stava assumendo aspetti grotteschi, perché lo studio delle culture e delle civiltà fino agli anni settanta del XX infatti, non teneva conto della biologia e del fatto che siamo animali, con delle particolarità che ci rendono sì una specie unica, ma sempre animali, e non si poteva più trascurare questo aspetto. Queste riflessioni vennero riportate in apertura del suo saggio Il Paradigma Perduto che costituisce il prologo della lunga e meticolosa ricerca che portò a elaborare Il Metodo esposto in sei libri in cui tutto il sapere viene visto sotto una nuova ottica dove la complessità viene messa al centro.
L’uomo di per sé è un essere e caratterizzato da aspetti diversi che coesistono (quello biologico, legato alla specie; quello psichico che determina l’individuo; e quello sociale che codipende dalla cultura) per questo bisogna aspirare ad
abbracciare questo mondo nella sua globalità, attraverso un approccio che sia multidimensionale alla conoscenza. Il problema che a causa della progressiva settorializzazione e ad una visione riduzionista del sapere, che porta a concepire ogni situazione solo come la somma delle parti e mai nella totalità, non siamo abituati a questo approccio, e questo anche perché la società e i sistemi formativi attuali sono strutturati sulle singole discipline e non sul dialogo e la relazione tra le conoscenze. E così, come Snow prima di lui, giunge a proporre un modo radicalmente diverso di concepire la scuola, ma di questo ne parlerò in un altro articolo in cui approfondirò anche il pensiero di Morin più in dettaglio.
In definitiva, a differenza della fondazione Edge e il movimento di Brockman che punta alla creazione di una comunità e agisce principalmente tramite la divulgazione, il metodo di Morin punta a riformare la scuola e la ricerca, e in sostanza il pensiero e l’approccio verso tutto ciò che ci circonda, per ritrovare il paradigma dell’unità perduta.
Per fare questo parte da alcuni lavori che lui considera i primi veri passi concreti verso l’unificazione e un approccio alla complessità [N.B. inteso non come approccio alle cose complicate, ma di approcciarsi a affrontare e studiare una cosa (come può essere l’uomo), non riducendolo ai singoli componenti, ma nel suo complesso].

L’emergere della complessità nei lavori di Prigogine

Se il concetto di complessità e la necessità di un dialogo tra le varie discipline vi sembra discendere solo dalla ricerca filosofica sulla condizione umana, in realtà vi state sbagliando. In questo hanno giocato un ruolo diverse scienze come la cibernetica, ma soprattutto i lavori del chimico Ilya Prigogine. Premio Nobel per chimica, ha studiato i sistemi dissipativi in termodinamica e i suoi studi hanno contribuito a cambiare il modo di concepire il tempo e la scienza stessa.

Coda di rondine e violoncelli, quadro di Salvado Dalì del 1983 ispirato alla Teoria delle Catastrofi che defeiniva «la più bella teoria estetica al mondo».

Il tempo e la termodinamica sono legati da un principio che afferma che l’entropia (in un certo senso molto preciso, la misura della quantità di disordine) in un sistema (e nell’universo) aumenta sempre, e questo determina in quale direzione scorre il tempo: nel verso in cui ogni trasformazione produce un aumento del disordine. A questa affermazione si è giunti studiando le macchine termiche nel ‘800, ma le leggi trovate hanno una valenza generale e quindi tali risultati sono stati ovviamente estesi a tutti i sistemi. Quindi si poteva descrivere l’evoluzione dell’Universo in modo deterministico tramite leggi fondamentali in cui l’inerzia e il disordine avevano un ruolo centrale.
Ma la biologia, e L’origine delle specie di Darwin in particolare, contrastavano con l’idea di una direzione prestabilita e unica degli eventi, mostrando la tendenza della natura a creare una complessità sempre maggiore, generando una varietà ridondante e negando anche l’idea stessa di un unico percorso possibile all’evoluzione. È per conciliare queste due posizioni quasi opposte che Prigogine studiò i sistemi dissipativi, e notò che un sistema, quando è abbastanza lontano dall’equilibrio tende a comportarsi in modo imprevedibile. Questo avviene perché allontanandosi dalla stabilità il sistema raggiunge il «punto di biforcazione», che è il punto di congiunzione tra due stati possibili raggiungibili dal sistema, e quale sia l’esito dipende dal cammino percorso dal sistema fino a quel momento.
In sostanza è il punto in cui la storia può prendere due strade diverse. Si tratta di un concetto tratto dalla teoria delle catastrofi di Renè Thom (che forse tratterò in futuro), e che Dalì rappresenta in uno dei suoi ultimi quadri.
L’Universo dell’origine è la cosa più lontana dalla stabilità: si può dire che il Big Bang sia l’attimo di massima instabilità, per cui si può affermare che

Non solo la vita, ma anche l’insieme dell’Universo ha una storia

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza, p.214

nel senso che ha nodi in cui la propria evoluzione ha preso un percorso rispetto ad un altro, come i momenti cardine di un racconto che poteva andare in qualsiasi direzione. In questo modo la dicotomia tra l’uomo e la natura viene superata, ma facendo anche emergere la necessità di rivedere le fondamenta della scienza moderna e ampliando il proprio modo di indagare il mondo con forme diverse di razionalità: un nuovo paradigma. Anche in questa ottica Prigogine e Stengers (nel loro saggio La Nuova Alleanza) evidenziano come sia giunto il momento di un dialogo tra le discipline, perché questa dinamica dei sistemi instabili e la loro sensibilità alle condizioni ambientali, fa emergere la complessità nei fenomeni naturali, la necessità di approcciarsi alla totalità (che è una e si rapporta all’infinita molteplicità delle sue parti, concetto tanto caro a Morin) e di conseguenza, applicando il tutto alla ricerca e alla cultura, ed evidenziando la necessità di ridefinire i rapporti tra le discipline.

Dobbiamo imparare a non giudicare più le varie forme di sapere, di pratica e di cultura prodotte dalla società umane, ma a incontrarle a stabilire nuovi canali di comunicazione.

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza, p.286-287

È in definitiva la terza cultura di Brockman, quella del confronto, del dialogo, dove il fine però è cogliere e lasciarsi ispirare dalle inesauribile creatività della natura.

Una e Trina

Così questa nuova sottocultura ora si manifesta una e trina, per rende tripartita la cultura umana al fine di riunificarla in un’unica entità, attualmente frammentata e divisa da un muro di incomunicabilità.
La terza cultura per sua natura è poliedrica, multiforme, e non facilmente inquadrabile in un’unica manifestazione atteggiamento, in quanto si ha la terza cultura di Brockman e quella di scienziati e umanisti che cercano di creare un
ponte che permetta la comunicazione tra le due culture; c’è anche la terza cultura di Calvino e Levi, di Dante e Galileo, di Escher, di Oberth, di Everett III e Borges, i quali si sono messi in mezzo alla divisione creando crepe nel muro, travalicando ogni divisione attraverso una continua contaminazione; e poi c’è la terza cultura di di ricercatori che abbracciano il mondo umanistico, o meglio, le tematiche legate all’uomo e alle sue attività (dalla cultura al funzionamento della nostra mente, ad esempio) tramite metodologie mutuare della scienza, mettendo così a stretto contatto tutte le sottoculture individuate da Snow in un unico programma che pone al centro l’uomo. In sostanza, un nuovo umanesimo che rende giustizia ad entrambi gli aspetti dell’unica cultura esistente, quella caratterizzante la nostra specie fatta di emozioni, istinto, follia, logica razionalità, curiosità sul mondo esteriore e il nostro, interiore: il matrimonio perfetto tra le antitesi dell’illuminismo e il romanticismo.
È quindi questo il ruolo della terza cultura: quello di riunirle tutte e farla ritornare ad essere unica, in quanto è Una, perché una e una sola è la specie umana; e la via per arrivarci è seguire il metodo di Morin e Prigogine che punta ad una visione complessiva e complessa della realtà come metodologia di ricerca e approccio alla realtà e al mondo circostante.

La terza cultura è tale dal punto di vista antropologico?

Un programma d’intenti che accomuna diverse persone appartenenti a diversi contesti non risulta essere necessariamente una nuova cultura in senso antropologico. Da questo punto di vista è Lee Smolin (sempre nell’introduzione del libro di Brockman), a iniziare ad evidenziare ciò che condividono gli esponenti della terza cultura, oltre a comunicare con i non addetti ai lavori:

  1. l’idea che l’Universo non sia statico ed eterno, ma che si evolve nel tempo;
  2. il pensiero che un’intelligenza superiore creatrice sia ridicola;
  3. la convinzione che in questo mondo complesso e auto-organizzato, le proprietà delle cose hanno una natura relazionale.

Per quanto possano sembrare poche cose in comune, da questi punti discendono conseguentemente molti atteggiamenti che si hanno verso la vita e la società che rende, quindi, gli appartenenti a questa comunità, di fatto, una cultura diversa dalle due precedenti, in particolare il terzo punto. Certamente non è una descrizione completa di tutte le loro peculiarità, e col tempo si sarà particolareggiata maggiormente, ma ciò che emerge fin dalla sua origine, la Terza Cultura risulta essere a tutti gli effetti un nuovo approccio alla realtà e al sapere.

Ma quindi, «La cultura è una sola»?

Sì, per quanto siano diverse le manifestazioni con cui ogni popolo la possa esprimere, per quanto particolareggiata e aliena rispetto alle altre, essa sarà comunque un connubio tra tutte queste sottoculture (o solo una di esse), e per questo si incastrerà nel grande mosaico dell’umanità: specie culturale per eccellenza.
Questo perché alla base di entrambe c’è un approccio unico, frutto della nostra natura, che poi si declina in una miriadi di modi, sia a livello antropologico che a livello personale.
Al centro di tutto vi sono sicuramente la creatività e l’immaginazione, entrambe scatenate solitamente dal senso della meraviglia. Il ruolo di queste caratteristiche nell’arte sono facilmente intuibili, mentre per quanto riguarda la scienza, forse risulta meno evidente ma dalle parole di due dei più grandi scienziati del secolo scorso risulterà sicuramente più chiaro quel legame:

«II believe in intuitions and inspirations. I sometimes feel that I am right. I do not know that I am. When two expeditions of scientists, financed by the Royal Academy, went forth to test my theory of relativity, I was convinced that their conclusions would tally with my hypothesis. I was not surprised when the eclipse of May 29, 1919, confirmed my intuitions. I would have been surprised if I had been wrong.»

“Then you trust more to your imagination than to your knowledge?”

«I am enough of the artist to draw freely upon my imagination. Imagination is more important than knowledge. Knowledge is limited. Imagination encircles the world.»

Traduzione:
«Io credo nell’intuizione e nell’ispirazione. A volte sento che ho ragione. Non so come lo so. Quando due spedizioni di scienziati, finanziati dalla Royal Academy, andarono a testare la mia teoria, ero convinto che le loro conclusioni avrebbero concordato con le mie ipotesi. Non ero sorpreso quando l’eclissi del 29 maggio, 1919, confermò le mie intuizioni. Sarei stato sorpreso se mi fossi sbagliato».
“Allora ti fidi di più della tua immaginazione che della tua conoscenza?”
«Io sono un po’ come un’artista che disegna liberamente sulla sua immaginazione. L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata. L’immaginazione circonda il mondo».

Intervista «Albert Einstein» condotta da “George Sylvester Viereck” in pubblicata su The Suturday Evening Post nel 1929

Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico, è anche un fanciullo posto di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come un racconto di fate. Dobbiamo avere un mezzo per comunicare questo sentimento all’esterno, non dobbiamo lasciar credere che ogni progresso scientifico si riduca a macchine e ingranaggi. L’umanità ha bisogno di uomini d’azione, ma anche bisogno di sognatori per i quali perseguire disinteressatamente un fine è altrettanto imperioso quanto è per loro impossibile pensare al proprio profitto.

Marie Curie, Convegno della Cultura del 1933

La meraviglia è quindi ciò che scatena l’immaginazione, la quale è il motore della conoscenza che, tramite la creatività, è capace di realizzare ipotesi sulla realtà, e con l’ausilio di esperimenti mentali (gedankenexperimente), testare le tesi per creare teorie utilizzando metafore e simboli (quali sono le equazioni matematiche, o le formule chimiche) prima di sottoporle alla prova dei fatti. Così, come gli scienziati usano tali forme espressive tipiche dell’arte a loro modo, creando linguaggi tecnici diversi, così gli artisti usano istintivamente i gedankeneperimente prima di dare alla luce un’opera immaginandosi quale sarebbe il risultato finale e se esso può veicolare ciò che vuole esprimere, ovviamente senza contemplare la sperimentazione artistica vera e propria.

In conclusione

Come sempre, non essere capaci di integrare, rinormalizzare (la società) quando qualcosa diverge, non può che portare ulteriori problemi. Questo si è visto con la scissione del sapere unitario in due culture, con la non accettazione della (allora) nuova filosofia naturale da parte della cultura classicista. In Donne si vede tutto il sentimento antiscientifico che sfocerà più avanti, in particolare nel XX secolo. Così questo conflitto, come buona parte di tutti i conflitti culturali, nasce e si alimenta dalla non accettazione di una rivoluzione concettuale (scientifica prima, industriale poi) che ovviamente costringe a un cambio di paradigma per includere la nuova concezione del mondo e/o del sapere.
Questo è alla base della differenza di opinioni tra Bacon e Donne, Thomas Huxley e Matthew Arnold, Snow e Leavis, ma anche tra Paley e Darwin, Bhor ed Einstein, o tra quest’ultimo e Bergson; e in una certa misura anche del secolare triplice conflitto tra ebraismo, cristianesimo e islamismo.
Non ci resta che sperare nelle parole di Snow, e che col tempo la terza cultura aiuti ad abbattere il muro di incomunicabilità che persiste e, vedendo il dilagare del fenomeno delle echo chamber, rischia di degenerare in un tribalismo di specialisti chiusi nella propria incapacità di confrontarsi.
Questo perché ogni cultura, o meglio sottocultura, non può essere ricondotta interamente ad un’altra, ma tutte compongono il puzzle delle conoscenze e delle capacità umane, e come ogni cosa legata alla nostra specie, riprendendo il pensiero di Morin, è molteplice e unica (in senso di unito, all’interno del tutto) e solo
tramite la relazione tra tutte le sue parti può esprimersi al meglio e progredire, altrimenti il destino sarà la progressiva frammentazione e l’incomunicabilità che porta solo in comprensione, divisione e conflitto: una nuova Babele dove i diversi linguaggi sono quelli caratteristici di tutte le sottoculture. L’unico modo per evitare questo scenario, è creare ponti comunicativi ed educare e divulgare tutte le culture; ed è proprio questo per questo che nasce questo mio progetto.

Cronologia

IV-V d.C. – Marziao Cappella divide il sapere in trivio e quadrivio

1751-1780 – Pubblicazione dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert

1833 – Whewell conia il termine «scientist» facendo un’analogia con «artist»

1844 – Stesura dei manoscritti giovanili di Marx ed Engels

1859 – Darwin pubblica L’origine delle specie

1870 – Riforma scolastica inglese che prende il nome di Educational Act

1879 – Stengers introduce il concetto di darwinismo sociale

1894 – Thomas Huxley pubblica Science and education

1924 – Bohr formula il principio di complementarietà

1926 – Heisenberg formula il principio di indeterminazione

1945 – Pubblicazione Che cos’è la vita? di Schrödinger

1948 – Pubblicazione della teoria della cibernetica di Wiener

1949 – Pubblicazione della teoria dell’informazione di Shanon

1953 – Scoperta della doppia elica del DNA

1958 – Heisenberg pubblica Fisica e filosofia

1963 – Snow pubblica il saggio Le due culture

1966 – Pubblicazione della teoria degli automi di Von Neumann

1981 – Prigogine e Stangers pubblicano La nuova alleanza

1981 – Fondazione del Reality Club

2015 – Suzanne Simard scopre la comunicazione vegetale

2017 – Scoperta la natura indipendenti della Wood Wide Web

Riferimenti bibliografici


[1] Bohr Niels (1965), Quanti e vita Traduzione di Paolo Gulmanelli di scritti tratti dai volumi Atomtherie undNaturbescreibung, Atom Physics and Human Knowledge, Essay 1958-1962 on Atom Physics and Human Knowledge, Editore Boringhieri s.p.a.

[2] Brockman John (1995), Le terza cultura traduzione di Luca Carra dell’opera The Third Culture, Garzanti Editore s.p.a.

[3] Capra Fritjof (1975), Il Tao della fisica traduzione di Giovanni Salio dell’opera The Tao of Physics, Adelphi Edizioni s.p.a.

[4] Heisenberg Werner (2008), Fisica e filosofia traduzione di Giulio Ginoli dell’opera Physics and Philosophy, Il Saggiatore s.p.a.

[5] Morin Edgar (1973), Il paradigma perduto traduzione di Eugenio Bongioanni dell’opera Le paradigme perdu: la nature humaine, Valentino Bompiani

[6] Paolini Marco,(2013), ITIS Galileo, Giulio Einaudi s.p.a.

[7] Prigonine Ilya e Stengers Isabelle, (1981), La nuova alleanza a cura di Pier Daniele Napoletani, traduzione dell’opera La Nouvelle Alliance. Métamorphose de la science, Giulio Einaudi editore s.p.a.

[8] Schettino Vincenzo,(2014), Scienza e Arte. Chimica, arti figurative e letteratura, Firenze University Press

[9] Schettino Vincenzo,(2016), La decima musa. Poesia e scienza, Firenze University Press

[10] Snow Charles P. (1963), Le due Culture traduzione di Andriano Caurugo dell’opera The two cultures: and a second look. An expandend version of the two cultures and the scientific revolution, Feltrinelli Editore

[11] Wiener Norbert (2017), Le cibernetica traduzione di Silvia Leonzi e Giovanni Ciofolo dell’opera Cybernetics, or control and communication in the animal and machine, Armando Editore s.r.l.

[12] Pepel Alessandra, Giovannetti Manuela e Cristiana Sbrana, Lifespan and functionality of mycorrhizal fungal mycelium are uncoupled from host plant lifespan articolo pubblicato su Science Reports del 6 luglio 2018

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Il muro tra le due culture (2/3) – L’aggravarsi della separazione

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Il romanticismo e le battaglie culturali

In realtà, la spaccatura vera e propria, il punto di non ritorno, si ha a metà dell’800 per due spinte opposte: da un lato a causa del romanticismo tedesco che cercò di di distanziarsi il più possibile dall’illuminismo, come a voler contrastare il dominio francese appena concluso (l’era napoleonica), e dall’altro il successo della rivoluzione industriale generò nuove specializzazioni e nuove discipline, che guidate da un senso di rivalsa contro l’astio dei romantici, alimentarono quella divisione. Quest’ultima si amplificò quando la scienza iniziò a invadere non solo il mondo inanimato, ma prese a studiare anche la vita, e in particolar modo con l’evoluzione darwiniana.
Il dibattito tra chi era pro o contro tale teoria, divenne molto rapidamente uno scontro tra chi era favore e chi era contrario alla cultura scientifica, unito alla discussione della dicotomia tra uomo e natura, che era l’altra faccia della medaglia di quello tra arte scienza. Fu proprio uno dei portavoce di quella battaglia culturale, il cui punto di riflessione fu l’Educational Act del 1870 che istituì la scuola pubblica in Inghilterra, a porre al centro il problema della divisione che si era creata.

La visione di Thomas Huxley, noto come mastino di Darwin, è riportata nel suo saggio Science and Education del 1894, nel quale sostiene che un’istituzione e un’educazione puramente letterarie non sia adeguata, così come una esclusivamente scientifica. Si batte per un’educazione liberale ed evidenzia come vi sia la necessità di una formazione culturale equilibrata tra scienza e letteratura.
La sua visione si contrappone a quella di Arnold, il quale tende a privilegiare il passato e, pur apprezzando la scienza, sostiene che si dovrebbe limitare alla sua capacità di descrivere fatti naturali, non avendo quindi alcun ruolo centrale nell’espressione dell’esperienza umana, che rimarrebbe un’esclusiva della poesia.

Il dibattito (o meglio, lo scontro) però non si limitò a loro due, e proseguì, e giunse alla metà del ’900, alimentando quella divisione e forse dimenticandosi il ruolo centrale della società e l’educazione da cui il dibattito è nato, finché il letterato Charles P. Snow non riportò la questione all’origine e ridando importanza a questa crisi.

Le due culture di Snow è l’espressione tratta dell’omonimo saggio creato pubblicato nel 1963 per evidenziare l’incomunicabiltà tra la cultura scientifica e quella umanistica, e questo tuttora rappresenta una delle limitazioni più importanti allo sviluppo di una cultura integrata nei paesi occidentali. Mentre gli scienziati, come tutte le persone acculturate, s’interessano attivamente alla letteratura, alla musica, alla filosofia, all’arte, gli umanisti mostrano un’evidente distacco e spesso non celata ostilità nei confronti di tutte delle scienze. Questa visione è spesso frutto della diffidenza secolare che porta a guardare con sospetto le conquiste scientifiche, con timore che esse possano orientare lo sviluppo della società verso una nuova forma di potere orwelliano dei tecnici, capace di condizionare la libertà e l’umanità delle società future.

Le cause dell’attuale divisione

Molti sono stati i punti di vista, le opinioni e le analisi fatte per comprendere e spiegare questa divisione, così come sono state molte le soluzioni proposte. Per un’esposizione accurata vi rimando all’articolo di Silvestrini (a questo link), ma penso che le cause si possano suddividere in quattro punti principali alla base di tutte le dinamiche viste finora.

La colpa di Cartesio

A cominciare da Cartesio, noi pensiamo contro la natura, sicuri che la nostra missione è domarla, asservirla, conquistarla. [. . . ]
… l’umanesimo è la filosofia di un uomo la cui vita soprannaturale sfugge a questo destino; egli è soggetto in un mondo di oggetti, sovrano sopra un mondo di soggetti.

– Edgar Morin, Il paradigma perduto

Il principale responsabile della divisione tra le culture risiede sicuramente in Cartesio. Il filosofo francese concepiva l’individuo separata in due realtà distinte e indipendenti: la mente («res cogitans») e la materia («res extensia»). Questa divisione rispecchia la classica divisione tra cultura e natura e crea terreno fertile per la separazione tra scienziati e umanisti, in quanto i primi studiano la natura e i secondi l’uomo e tutto ciò che lo contraddistingue come la cultura. In particolare, per i primi risultato molto utile considerare la materia inerte e distinta da sé stessi, e raffigurarsi il mondo materiale come una moltitudine di oggetti, perché permetteva di vedere un sistema come la somma delle singole parti, isolabili, studiabili quindi singolarmente, senza interferenze esterne di alcun tipo (mente compresa).

Immagine tratta dal saggio Sull’uomo di Cartesio in cui viene mostrata la relazione tra la percezione e la ghiandola pineale. Tale ghiandola era il luogo dove risiedeva l’anima e in cui la res extensa si unisce alla res cogitans.

Questa logica veniva rafforzata dalla celebre frase «Cogito ergo sum», che riassume l’identificazione della persona con la propria mente e non con il resto del corpo, legato solo alla materia.
Questa visione, in cui l’Io è isolato e vive «all’interno», a differenza del resto del mondo che è «all’esterno», provoca un conflitto tra volontà cosciente e istinti volontari, che a catena genera ulteriori suddivisioni in base alle sue attività, capacità, sentimenti, opinioni… e questa frammentazione porta a un conflitto interno che poi si rispecchia all’esterno come evidenziato da Capra.

Questa frammentazione interna dell’uomo rispecchia la sua concezione del mondo «esterno», che è visto come un insegnante di oggetti e di eventi separati. Si considera l’ambiente naturale come se fosse costituito da parti separate che devono essere sfruttate da vari gruppi di interesse. Questa visione non unitaria è ulteriormente estesa alla società, che viene suddivisa in differenti nazioni, razze, gruppi religiosi e politici. Le convenzione che tutti questi – in noi stessi, nel nostro ambiente e nella vostra società – siano realmente separati può essere vista come la causa fondamentale di tutte le crisi attuali, sociali, ecologiche e culturali

– Fritjof Capra, Il tao della fisica

La necessità di primeggiare

La diversa natura metodologica della scienza porta gli scienziati e i tecnologi (ingegneri e inventori) a verificare sperimentalmente ogni affermazione (teoria o empirica), obbligo che invece non hanno letterati e umanisti in quanto attestano le loro tesi con logiche concettuali, riferimenti storiografici, e ad una creatività del linguaggio e dell’esposizione necessaria ad emergere nel mercato che determina il successo o l’insuccesso di un opera, e quindi quali sono gli autori di rifermento. In sostanza, nella cultura umanista, risulta fondamentale il principio di autorità, e per questo hanno il bisogno fisiologico di primeggiare e di non essere messi costantemente in dubbio, soprattutto da chi è esterno al loro settore. Perciò hanno rifiutato il metodo dello scetticismo razionale: perché minava le dinamiche sociali su cui si fondava la loro cultura, soprattutto alla luce del progresso che questo portava nella società (oltre al trovare risposte, se pur parziali, da domande millenarie). Gli umanisti preferirono rilegare la scienza al nozionismo e non considerarla “vera cultura”, tanto che “letterati” e “intellettuali” venivano usati come sinonimi, come a voler sottolineare che l’intelletto era una loro caratteristica esclusiva, qualcosa che li rendeva superiori come nel medioevo, quando vi era una gerarchia tra i saperi e le materie di natura tecnica erano rilegate in basso rispetto al nobile trivio linguistico (grammatica-retorica-dialettica).
Questo non ha inficiato tanto sulle scienze naturali, ma ha creato grossi problemi nelle branche che studiano l’essere umano, come ad esempio la psicologia e l’antropologia (non per niente Morin parte da quest’ultima per porre il discorso che porta al suo metodo, di cui mi piacerebbe scrivere in futuro).

La frammentazione riduzionista

L’aumento delle conoscenze ha portato la scienza ad occuparsi di ambiti sempre maggiori e in maniera sempre più approfondita, rendendo impossibile per una singola persona imparare tutto. Si sono così creati man mano esperti in un solo settore, e tuttora più questi diventano tecnici e specifici, più si perde la capacità di comunicare tra di loro, creando di fatto tribù che non sono in grado di mettere insieme le proprie scoperte. Vi è infatti, ora, la necessità di figure che facciano da ponte tra fisici e biologi ad esempio: esperti in entrambi settori in grado di coordinare i lavori, anche perché il riduzionismo in varie materie è solo tipico del nostro modo di spiegare le cose, ma non appartiene alla natura che, come vedremo, è complessa.
In ogni caso questa frammentazione ha ampliato ulteriormente il divario tra le due culture, portando l’incomunicabilità ad un livello impossibile da gestire, tanto che, proprio a partire da Snow (anche se già Heisenberg, Schrödinger e Bohr prima di lui lo avevano fatto nell’ambito della fisica e della biologia) si è posto il problema di abbattere quel muro.

I tentativi di riunificazione

Le scienze naturali ingloberanno in seguito la scienza dell’uomo, come la scienza dell’uomo ingloberà le scienze naturali: non ci sarà più che una sola scienza.

– Karl Marx, citato in Il paradigma perduto di Edgar Morin

Non vi fu solo una progressiva separazione, ma anche alcuni tentativi per basare la scienza dell’uomo sulle scienze naturali, riconciliando le due culture e ottenere una visione unica dell’essere umano, nella sua interezza. Tra i primi ci furono Marx che nei manoscritti del 1844 sottolineava che il primo oggetto dello studio dell’uomo è la natura, in quanto l’uomo è natura, e quindi la contrapposizione con l’uomo culturale non ha senso. Questo portò inizialmente Engels a integrare l’uomo nella «dialettica della natura», ma non ebbe successivamente grande sviluppo nel loro lavoro.
In seguito Spencer reinterpretò la teoria dell’evoluzione per inquadrarla, insieme a varie scienze, all’interno del suo «sistema di filosofia sintetica», creando il darwinismo sociale nel 1879, basandosi sull’analogia tra corpo sociale e organismo biologico. Il problema di questo lavoro è che non andava al di là di analogia triviale che lo stesso Darwin, ne L’origine delle specie, sottolineava che era un errore applicare la selezione naturale alle dinamiche sociale, senza contare che Spencer, di fatto, ha solo realizzato una razionalizzazione della libera concorrenza (La cosa non deve stupire, dato che la stessa selezione naturale è una elaborazione, in ambito biologico, di una legge economica (e nello specifico quella di Malthus).
Qualche tempo dopo Freud, a fine ‘800, individuò nell’organismo i problemi della psiche, e in particolare nella sfera sessuale. Purtroppo l’antropologismo di inizio ‘900, e poi lo strutturalismo, cercarono di eliminare ogni naturalismo, vanificando questi sforzi ed etichettandoli come errori. Il motivo è che l’uomo doveva essere una creatura culturale, distinguendosi dal resto del mondo materiale, anzi definendo l’uomo e la società in antitesi all’universo biologico, e quindi al di fuori del campo di competenza della scienza.
Della scienza, però, venivano apprezzati i risultati, e quindi i metodi quantitativi e l’oggettivazione propri di queste branche del sapere vennero integrate nelle ricerche antropologiche, sociali e psicologiche (e non solo); ma questo non è bastato a spezzare l’isolamento umanista, o come dice Morin: «l’unità si è fatta sul metodo e non sulla teoria».
Questa almeno era la situazione fino alla metà del ‘900.

Le prime brecce nel muro

Così, la biologia era rinchiusa nel “biologismo” , cioè una concezione della vita limitata all’organismo, come l’antropologia nell’”antropologismo”, cioè una concezione insulare dell’uomo. Sembrava che ciascuna di esse si riferisse a una sostanza propria, originale. Sembrava che la vita ignorasse la materia fisico-chimica, la società, i fenomeni superiori. Sembrava che l’uomo ignorasse la vita. Sembrava dunque che il mondo fosse costituito di tre strati sovrapposti non comunicanti: Uomo-Cultura | Vita-Natura | Fisica-Chimica.

– Edgar Morin, Il paradigma perduto

Il nuovo paradigma della fisica

Stemma di Niels Bohr, riportante il motto «Contraria sunt Complementa» e il simbolo del Tao, e collare dell’ordine danese dell’elefante

Prima della metà del ‘900 solo alcuni fisici iniziarono a cambiare modo di superare il modello semplificante di Galileo e Cartesio, e per riuscire a spiegare esperimenti paradossali alla luce della fisica classica, presero spunto da diverse correnti filosofiche, sia occidentali che orientali; così i padri della meccanica quantistica iniziarono a mettere in crisi il paradigma scientifico. Prima Bohr col principio di complementarietà (che contempla spiegazioni in antitesi e in contrasto come complementari, per via dei limiti della nostra natura umana), poi Heisenberg con il principio di indeterminazione che ha come conseguenza il crollo di due principi cardine: il meccanicismo (dove, la conoscenza di tutti i dati in un preciso momento, e delle leggi che descrivono la loro l’evoluzione temporale rendono il sistema determinato in ogni istante: passato, presente e futuro), detto anche determinismo, ma anche il fatto che l’apparato e il processo di misura di per sé influenza la misura stessa. Questo primo approccio che, nel processo di ricerca e di modellizzazione, nella quale entrambe le culture hanno giocato un ruolo fondamentale, ha portato a formulare la teoria con più prove sperimentali a suo sostegno, e quindi scientificamente più solida. Purtroppo, questo non bastò ad abbattere il muro tra le due culture perché, come si evince dalla citazione di Morin, per riunificare il sapere bisogna superare diversi limiti e chiusure, e affrontare il problema sotto diversi aspetti, e per quanto rivoluzionaria sia stata la meccanica quantistica e il dibattito culturale che da essa (e per essa) è emerso, è una cambiamento che rimasto rilegato nella fisica-chimica.

La logica del vivente

Prima immagine della struttura b del DNA, elaborata da Rosalind Franklin

Fu un altro padre della meccanica quantistica ad indicare la strada per creare la prima vera breccia: Erwin Schödinger. L’ideatore del famoso esperimento mentale del gatto in una scatola, insoddisfatto dalla fisica moderna, fece delle lezioni al Trinity College sulla biologia, e in particolare l’approccio che può avere un fisico a questa scienza. Queste lezioni divennero il libro Che cos’è la vita? che ispirò Wilikins, Franklin, Watson e Crick nella ricerca (e successiva scoperta) della struttura a doppia elica del DNA. E non solo: pose le basi della biofisica da cui nacquero le biotecnologie e, oggi, la biologia quantistica.
Questa scoperta, fatta 1953, si inserisce all’interno di altre scoperte che cambiano drasticamente la logica del vivente, e in particolare la cibernetica di Wiener e la teoria dell’informazione di Shanon. La genetica e la biologia molecolare creano un’apertura verso il basso, cioè verso i componenti fisico-chimici della materia, sembrano dare ragione al riduzionismo, dando il colpo definitivo ai vitalisti che pensavano che esiste una materia “vivente”. Ma questi nuovi approcci alla descrizione del biologica non avrebbero tale importanza senza l’introduzione di concetti di informazione, di codice, di messaggio, di programma, di comunicazione, di inibizione, di repressione, di espressione, di controllo. In sostanza la cellula in quest’ottica diventa una macchina controllata da un codice di informazioni, dove ogni parte è legata e comunicante con le altre ed insieme formano un’organizzazione, una specie di società organica o di rete biologica. Insomma, si ottiene un parallelismo molto stringente tra il concetto di macchina e di essere vivente, e quindi eliminando di fatto la separazione tra gli aspetti fisico-chimici, quelli biologici-naturalistici, e quelli che sono stati sempre considerati esclusivi dell’uomo e dei suoi prodotti culturali.

La visione ecologica

A partire da Haeckel che ne ha coniato il termine, con l’ecologia anche la nozione di natura muta tramite lo studio della relazione tra gli organismi e l’ambiente in cui essi vivono: anzi, la natura stessa diventa un organismo e un’organizzazione.
Anche in questo caso, viene a cadere la separazione a compartimenti stagni, e viene meno il riduzionismo in quanto l’insieme è maggiore maggiore della somma delle parti, ed entrano in gioco i concetti della cibernetica; inoltre, si deve evidenziare la codipendenza dei due sistemi aperti tra loro interagenti, cioè tra l’ambiente e gli esseri viventi, in cui quest’ultimi lo subiscono, ma al contempo lo modificano.

Arbuscular mycorrhiza, una dei due tipi di reti che posso creare i funghi

La Mycorrhizal Networks è molto probabilmente l’esempio più recente e sorprende nell’applicazione di questo concetto. Nota anche come Wood Wide Web, si tratta di una rete comunicativa tra le piante attraverso le radici, in particolare tramite la «zona di transizione» che si trova all’interno degli apici delle radici, e che ha le dimensioni inferiori di un millimetro. Questa piccolissima sezione mostra il maggior consumo di ossigeno nella pianta e, fatto più importante, mostra un’attività elettrica in tutto e per tutto simile a quella dei neuroni. Gli apici delle radici di una pianta lavorano collaborativamente, creando un immenso network naturale che si estende per decine di chilometri e copre superfici di diverse centinaia di metri quadrati.

La rete fungina vive in simbiosi con le piante e le nutre

In realtà questo network è creato da un fungo che nutre che vive nel suolo in simbiosi con le radici trasferendo acqua e nutrienti alle piante. Alessandra Pepel, Manuela Giovannetti e Cristiana Sbrana, in un articolo pubblicato il 6 luglio del 2018 su Science Reports hanno recentemente dimostrato che questa l’intera rete è disaccoppiata dalla vita della pianta e, anche dopo 5 mesi dalla rimozione della parte aerea della pianta, la rete è capace di mantenere la sua vitalità e funzionalità, e di stabilire nuove simbiosi con altre piante.
Infine, secondo Stefano Mancuso, questa rete permetterebbe agli apici delle radici di lavorare collaborativamente, e portando creando un immenso network naturale (che si estende per decine di chilometri e copre superfici di diverse centinaia di metri quadrati) non dissimile dal World Wide Web, risultando quindi una perfetta applicazione dei concetti cibernetici tra sistemi aperti e comunicanti, proprio alla base dell’ecologia.

La rivelazione etologica

Se l’ecologia modifica il concetto di natura, l’etologia ha cambiato il modo di guardare al mondo animale.
Prima l’animale era visto come un’insieme riflessi (reazioni automatiche) e da istinti (impulsi automatici), dove l’unica funzione era di assolvere ai bisogni di salvaguardia della sopravvivenza e della riproduzione dell’organismo. Con le prime scoperte etologiche si sono dovuti introdurre nuove nozioni come quella di comunicazione di territorio, in quanto si è mostrato come gli animali siano in grado di esprimersi in risposta ad un messaggio ricevuto, che riescono ad interpretare osservando alcuni comportamenti specifici. Non solo, ma non si trattano di messaggi semplici, ma in realtà sono emersi anche comportamenti simbolici o rituali, non solo riguardanti il corteggiamento, ma anche in aspetti come la cooperazione, di avvertimento, di minaccia, di sottomissione, d’amicizia, di gioco. E il gioco presuppone una comunicazione sulla natura della comunicazione (quindi una metacomunicazione), e questo avviene spesso trasferendo un comportamento significativo legato ad una data situazione, fuori da questa per esprimere un messaggio simbolico, come ad esempio il pseudoconflitto ludico diventa una manifestazione di intesa. Le comunicazioni animali coprono ormai un campo semiotico complesso, e riguardano una grandissima varietà di relazioni. Inoltre, esse riguardano fenomeni relativi all’organizzazione come la regolazione demografica, l’ordinamento
e la protezione del territorio.
L’etologia ha quindi scoperto che il sistema di comunicazioni spesso unisce gli individui in un rapporto sociale che si è rivelato un ordine ben strutturato fino a quel momento sembrava un coacervo informe, e il comportamento animale è visto come organizzato e organizzatore, riducendo (se non eliminando) la barriera che divideva l’uomo dal mondo animale.

La rivoluzione bio-sociologica

Queste ricerche hanno portato a infrangere un’altra credenza: quella alla base della sociologia umana, che si credeva unica e senza precedenti nel mondo vivente, ad eccezione di quelle delle formiche, delle termiti e delle api, che però venivano viste come antisocietà, poiché fondate unicamente sull’obbedienza all’istinto cieco. Era in realtà il biologismo ad essere cieco in quanto non possedeva i concetti e non aveva la volontà per uscire fuori dal suo paradigma che vedeva gli animali come meri organismi.
La sociologia animale emerge in conseguenza all’etologia perché, tramite i i risultati appena illustrati, emerge una nozione diversa di società, dove quest’ultima ordina e difende la sua base territoriale, è strutturata in una gerarchia che è il risultato di competizioni e conflitti che si risolvono provvisoriamente attraverso rapporti interindividuali di sottomissione/dominazione. Non solo, ma la società implica solidarietà contro i nemici e i pericoli esterni, e cooperazioni che sono spesso organizzate e differenziate in modo raffinato. Ne consegue che la ricchezza di comunicazioni attraverso segni, simboli, riti, osservati dall’etologia, emerge della complessità e della molteplicità delle relazioni sociali. Si ha quindi un’organizzazione complessa che ha obbligato gli scienziati a sostituire le nozioni di orda, branco o colonia, con quello, appunto, di società, e quindi si può affermare che:

. . . la società è una delle forme fondamentali più diffuse, in modo assai diseguale, ma anche tra quelle a sviluppo più ineguale, dell’autorganizzazione dei sistemi viventi. Da allora la società umana appare come una variante e uno sviluppo prodigioso del fenomeno sociale naturale; da allora la sociologia – scienza umana – perde la sua caratteristica insularità e diviene il coronamento della sociologia generale-scienza naturale (Moscovici, 1972). Così, le conseguenze dell’etologia e della sociologia animale risultano ugualmente mortali per il paradigma chiuso dell’antropologismo.

– Edgar Morin, Il paradigma perduto

Da questo, partono le riflessioni e il lavoro di Morin che verrà trattato nel prossimo post.

La speranza di Snow

Nelle “Considerazioni successive” Snow riporta come molti umanisti, provenienti da campi diversi (storia della società, sociologia, demografia, scienza politica, economia, psicologia, medicina, architettura e arti sociali in generale) si approcciano alla conoscenza dell’uomo, di come noi viviamo o abbiamo vissuto in passato, interessandosi ai fatti più che alle leggende e alla narrazione. Tutti loro hanno un modo di affrontare i problemi in modo simile che li accomuna e li fa appartenere ad una medesima famiglia: una terza cultura che ha come interessi tutto ciò che è attività umana appunto, ma che usano un metodo analogo (spesso sovrapponibile) a quello scientifico.
All’epoca in cui scrive Snow, era ancora acerba, all’alba della sua evoluzione, ma da quei primi passi, questa nuova cultura, di strada ne ha fatta e ha preso coscienza e vigore, diramandosi in nuove specializzazioni come le neuroscienze e le scienza cognitive per cui, a mio avviso, ogni remora nel definirla come una cultura vera e propria risulta inutile e dannosa, anzi, azzarderei a dire un essere ciechi di fronte alla realtà e al cambiamento.
L’approccio scientifico all’uomo comporta certamente gradi di approssimazione maggiore rispetto agli studi naturali (argomento che approfondiremo in un post dedicato a cosa s’intende per scienza e al metodo che usa), e questo purtroppo nel tempo ha generato uno snobbismo per questi studi da parte di molti scienziati che le hanno liquidate come pseudoscienze (vedi Feyman ad esempio), ma nonostante questo, le scienze umanistiche hanno la possibilità di creare ponte comunicativo tra le due culture in quanto, per la sua natura, costringe a mettersi in contatto con entrambe. Questa necessità diventa il fulcro di alcune attività di ricerca fondamentali quali la neuroestetica, la chimica legata alle emozioni, gli studi sulle origine della creatività e del linguaggio, etc. che nascono proprio dal voler studiare in modo scientifico ciò che è legato da sempre al mondo dell’arte, se non l’arte stessa. Per questo Snow prevede che nell’epoca in cui la terza cultura si affermerà (cosa già avvenuta secondo me), il punto focale della sua trattazione, e quindi della divisione tra le altre due culture e della conseguente crisi del sapere, si sarà spostato «in una direzione più vantaggiosa per noi tutti».

[la bibliografia e le fonti saranno riportate nella terza parte]

Il muro tra le due culture (1/3) – L’origine della divisione

Articolo in evidenza

Cosa s’intende con «cultura»?

Art vs Science di Slasher

«Le due culture» è un’espressione che viene usata per la prima volta da Charles P. Snow nel suo omonimo saggio del 1964, e lui stesso specifica che il termine «cultura» ha un duplice significato ed entrambi sono applicabili in questo caso in quanto si completano a vicenda.


La cultura come sviluppo intellettuale

Partiamo dalla prima delle definizioni data dal dizionario, cioè quella di sviluppo intellettuale o sviluppo della mente, o, per citare Coleridge, «lo sviluppo di qualità e facoltà che contraddistinguono la nostra umanità».
In questo senso risulta ovvio come quella umanista e quella scientifica siano culture, o meglio sotto-culture, in quanto nessuna di esse si occupa della totalità della nostra umanità perché:

  • l’istruzione scientifica sviluppa la curiosità per il mondo naturale e l’uso di sistemi concettuali simbolici, ma tralascia le facoltà verbali;
  • l’istruzione classica invece sviluppa il linguaggio delle parole, ma tralascia quello simbolico e la curiosità riguardo la natura per concentrarsi solo sull’uomo e la società.

In sostanza entrambe sottovalutano la gamma di risorse di cui l’essere umano è dotato, e quindi in tal senso non sono una cultura completa, ma solo una parte: in tal senso sono sottoculture.

La cultura per l’Antropologia

La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società. Il secondo in senso antropologico per indicare un gruppo di persone che vivono nello stesso ambiente e sono unite da abitudini, opinioni e modi di vita comuni.

– Taylor

Gli scienziati da una parte e i letterati (o gli umanisti più in generale dall’altra) sono di fatto culture in questa accezione.

Perché solo due

La suddivisione in solo due culture da parte di Snow è principalmente dovuta al fatto di non frammentare troppo l’analisi rischiando, di conseguenza, di perdere efficacia nella trattazione, ma ha anche una motivazione sostanziale. Partiamo intanto con questa caratterizzare prima di vedere se si può particolareggiare meglio tale classificazione.

La cultura scientifica

Gli scienziati, hanno una loro cultura (intesa dal punto di vista intellettuale), in continuo movimento e mutamento, fatta di argomenti rigorosi di livello concettuale elevato (superiore spesso a quello del mondo letterario) e tendono ad usare le parole nel loro significato corretto anche se spesso in contrasto con il loro uso comune. L’arte tende a non trovare posto generalmente nei loro interessi, con l’unica eccezione della musica, e ne consegue che la loro intelligenza immaginativa risulta inferiore al dovuto (per questo l’Arte può giovare a loro e a tutta la Scienza in sé). Inoltre tendono ad essere considerati ottimisti in quanto sono inclini a darsi da fare per cercare un rimedio e pensare che, fino a prova contraria, è sempre possibile trovarlo. Snow, azzardando una definizione telegrafica afferma «hanno per natura il futuro nel sangue». Questo è solo uno degli atteggiamenti trasversali che si ritrova in tutti gli scienziati, ma vi sono altre regole e schemi di comportamento, presupposti comuni e un modo condiviso di accostarsi alle cose, a prescindere dal settore disciplinare di cui si occupano; anzi, spesso è proprio sui concetti scientifici in cui hanno più difficoltà a comprendersi proprio per il grande tecnicismo e l’elevata specializzazione richiesti per padroneggiare certi argomenti. Le caratteristiche che li accomunano sono sorprendentemente estese e profonde, e travalicano ogni altro schema, sia esso mentale, religioso, politico o di classe. Proprio in quanto, senza pensarci, reagiscono allo stesso modo, o con un substrato comune, quella scientifica è considerabile una cultura anche in senso antropologico. In questa cultura ci rientrano anche i tecnici, dato che un progettista, dal punto di vista estetico, intellettuale e morale, si approccia ai problemi e al mondo esattamente come qualsiasi altro scienziato sperimentale, per cui non ha senso creare una demarcazione tra scienziati e tecnici: antropologicamente sono due manifestazioni della stessa cultura.

La cultura umanista

Nel polo umanistico lo spettro degli atteggiamenti è molto più ampio, e dimostra una totale incomprensione della scienza, diffondendo così un’immagine a-scientifica all’intera cultura, visto che tale polo è quello che ha che maggiormente diffonde la sua influenza nel mondo (sia nel senso comune, sia in chi ricopre posti di comando), anzi in alcuni casi può diventare addirittura arrivare a generare un sentimento antiscientifico. Snow evidenzia come i sentimenti di un polo diventano l’opposto nell’altro, tanto che scrive: «Se gli scienziati hanno il futuro nel sangue, allora la cultura tradizionale risponde auspicando che non ci sia il futuro». Questa cultura, dal punto di vista intellettuale, risulta più statica e lenta a cambiare le proprie idee e le proprie visioni rispetto a quella scientifica: questo perché l’arte non ha lo stesso carattere correttivo automatico della scienza, e così si possono creare periodi di traviamento più lunghi, che possono durare anche più di una generazione. Questo ha contribuito a creare una cattiva fama agli artisti nella comunità scientifica, in particolare nella prima metà del XX secolo, perché ha permesso che movimenti artistici appoggiassero o favorissero venti di guerra, regimi totalitari, e persino pulizie etniche, tramite la propaganda.

L’origine della divisione

Come si è creata questa divisione? Il sintomo evidente lo manifestò proprio il già citato Thomas Coleridge il 24 giugno del 1833 quando, al termine della lezione inaugurale della British Association for the Advancement of Science tenuta da William Whewell, intervenne per sostenere che era sbagliato chiamare ancora con il nome «filosofo naturale» o «filosofo sperimentale» chiunque si occupasse delle scienze della natura, branca ancora relativamente nuova. Fu lo stesso Whewell a coniare il termine «scientist» per analogia al termine «artist». Ma appunto si tratta del primo sintomo della rottura, non la causa.

La prima crepa

Herrad von Landsberg – Septem artes liberales (1180 circa)

L’inizio della divisione, e forse le sue cause, si posso ricondurre principalmente al periodo della rivoluzione industriale, come evidenzia Snow, ma le prime tracce si possono già trovare nella seconda metà del ’600 (all’alba della scienza moderna), e nasce dal criticare alla base la nascente filosofia naturale e il suo metodo, cercando di renderla inferiore rispetto alla fede religiosa. Il portavoce di questo pensiero era il poeta John Donne. Questo atteggiamento non deve stupire dato che il sapere, e di conseguenza la formazione universitaria, era concepita in quello stesso modo fin dal medioevo: le arti della sfera matematica (aritmetica, geometria, astronomia e musica) costituivano il quadrivio delle artes reales, che insieme al trivio delle artes sermocinales (grammatica, retorica e dialettica) costituivano le sette arti liberali che erano propedeutiche per lo studio della filosofia e della teologia. Già in questa ottica lo studio della natura si dimostra subordinato alla fede, ma inoltre, rispetto agli altri studi, solo quello delle artes sermocinales permetteva di raggiungere la verità, rendendo così le artes reales di livello inferiore a tutte le altre.

Fabio Daziano – Scudo della Trinità

Donne, quindi, non proponeva alcuna visione nuova, ma semplicemente cercava di mantenere inalterato la struttura del sapere così imposta dal filosofo Marziano Cappella tra il IV e il V secolo d.C. nel suo lavoro di suddividere tutto lo scibile umano in categorie, ovviamente connotando anche ogni sfera/ambito di un certo simbolismo (non a caso l’uso del numero 7 e 3). Col passare dei secoli però questa visione da parte degli uomini di fede (e in particolare della Chiesa) non è cambiata in alcun modo, tanto che Benedetto XVI, nella sua lectio magistralis su Fede, ragione e università tenuta a Ratisbona nel 2016, sostiene che la logica e la scienza non va negata, ma che vi è una logica superiore, che ovviamente risulta legata alla spiritualità e alla fede, dimostrando come quel primo solco nella cultura continua persistere. Perché, se la divisione tra il sapere matematico/scientifico e quello umanistico risale a Cappella, mi riferisco a Donne come portavoce della prima crepa che ha spaccato la cultura in due? Per il semplice fatto che Cappella concepiva ancora lo scibile come un tutto, unico e unito, come l’opera di von Landsberg mostra: racchiuse in un unico cerchio al cui centro c’era la filosofia che conduceva alla verità (e alla teologia); mentre Donne critica la nuova filosofia (naturale) come un corpo diverso, a sé stante, che fa sparire le certezze conquistate, criticando lo scetticismo scientifico additandolo come causa di un inevitabile smarrimento intellettuale: insomma come il mezzo per oscurare e confondere le menti come si vede in questa sua poesia:

And new philosophy calls all in doubt,
The element of fire is quite put out;
The sun is lost, and the hearth, and no man’s wit
can well direct him to look for it.

Traduzione: E la nuova filosofia mette tutto in dubbio, l’elemento fuoco è quasi cancellato;il sole è perduto, e la terra, e non c’è intelletto che possa ben indirizzare l’uomo alla sua ricerca.

– John Donne, The first anniversary

Questo è a tutti gli effetti il punto di partenza della divisione che ora risulta evidente, perché Donne manifesta un rifiuto per quelli che sono i pilastri del metodo scientifico, e quindi si distanzia da ogni possibile sua evoluzione e a qualunque conclusione esso possa portare perché «non c’è intelletto che possa ben indirizzare l’uomo nella sua ricerca».

Tutta va pezzi. Tutta la coerenza è smarritaa

– John Donne

Si tratta per questo della prima crepa nella cultura come unicum, o del primo mattone nel muro dell’incomunicabilità che ora separa scienziati e umanisti: purtroppo il primo di una lunga serie.

La rivoluzione industriale

Encyclopedie di D’Alembert e Diderot

Quella prima crepa divenne man mamo una spaccatura catastrofica con la rivoluzione industriale. Gli umanisti, come evidenzia Charles Snow, non si sono mai sforzati a capire la portata e l’importanza di tale cambiamento epocale, e si sono rifiutati di accettarla, astraendosi, escogitando fantasia in cui fuggire dalle città che diventavano sempre più popolate di operai, e chi non pensava ad una “vita nei boschi” manifestavano tramite le storie l’orrore per questo nuovo corso. Questo lo si vede ad esempio negli scritti di Thoreau e di Emerson, ad esempio; ma in generale, quasi nessuno scrittore riuscì a vedere. Tale rifiuto può trovare cause diverse come i cambiamenti sociali che minavano lo status degli intellettuali dell’epoca, ma principalmente, penso, lo si possa ricondurre ad una conseguenza della non-accettazione della rivoluzione scientifica, di cui quella industriale ne è il trionfo applicativo e tecnico, che emergeva dopo un lungo periodo in cui l’illuminismo e l’uso estremo della ragione avevano dominato l’Europa per più di un secolo.

[la bibliografia e le fonti saranno riportate nella terza parte]

Immagine di copertina presa da https://www.deviantart.com/leonorbohme/art/Science-vs-Humanism-179969515

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