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Come Arte e Scienza si influenzano reciprocamente

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Come la Scienza influenza l’Arte

Sono, la letteratura e la scienza, metodi per individuare delle invarianti, delle cose che non cambiano, che siano nell’animo umano (la chiamiamo letteratura o arte), che siano del mondo naturale (la chiamiamo fisica, o chimica).

– Marco Malvaldi

Quali sono i punti di unione tra scienza e arte? Come comunicano? Come distruggere la barriera tra queste due culture? Alla prima di queste domande, chiunque conosca un po’ la musica o la pittura avrà in mente come l’aritmetica e la geometria siano strettamente legate a queste espressioni artistiche: la prima con il ritmo e la seconda alla prospettiva e alle proporzioni, oppure come l’acustica e l’ottica siano importanti per l’esecuzione delle rispettive opere, incidendo sul suono della musica o sul colore di un quadro in base alle tinte e alle luci usate. E che dire poi dell’architettura, che non si reggerebbe senza la statica, o l’istintivo uso della fisica e dalla chimica dei materiali nella scultura? Tanti sono i modi in cui la scienza, attraverso le proprie conquiste, ha contribuito e tuttora incide sull’arte, ma che, secondo me posso essere suddivisi in cinque categorie ben specifiche che non si escludono a vicenda, ma evidenziano aspetti diversi di un legame profondo.

Influenza Tecnica: tramite la quale, la scienza, agendo come le è più comune e consono, fornisce nuove possibilità tramite la creazione di tecniche atte a rendere realizzabili opere altrimenti impossibili. Tutti gli esempi sopra citati ricadono in questa tipologia, e ne è manifesto Il Trattato sulla pittura di Leonardo da Vinci, scritto come un libro di matematica, e in particolar modo rifacendosi ad Elementi di Euclide.

Influenza Espressiva: in cui la scienza diventa uno strumento per creare nuove forme di espressione, a prescindere dal contenuto che avranno, dalle corde che andranno a toccare, o dagli aspetti tecnici (citati nel punto precedente) utilizzati; ne dà un esempio Lateralus dei Tool.

https://www.youtube.com/watch?v=Ew939Ap0KaE

Influenza Suggestiva: dove la scienza fornisce una base concettuale per ispirare opere che poi, di concettuale con essa, non hanno a che fare; frutto di tale influenza sono Concavo e convesso di Escher, o il misticismo nucleare di Dalì.

Influenza Contenutistica: in cui i concetti e le conoscenze scientifiche fungono da fulcro dell’opera artistica, legandosi al concetto che la rende unica e su cui si appoggia il significato o il messaggio che l’autore voleva trasmettere. In questo modo, la scienza può essere vista (come faceva Primo Levi) come una riserva di caccia di metafore, di idee e di elementi così unici e potenti come in nessuna altra attività umana: insomma, una fonte che si rinnova contenutisticamente e dove trovare il concetto più appropriato per l’opera artistica che si vuole realizzare (come possono esserlo la filosofia o altre branche del sapere). Da questo approccio sono nate:

  • Le cosmicomiche di Italo Calvino;
  • Il sistema periodico di Primo Levi;
  • Darwin dei Banco del Mutuo Soccorso;
  • Relatività di Escher.

https://www.youtube.com/watch?v=qHv4jq9wtdE

Influenza Interpretativa: La scienza può un nuovo punto di vista alle opere artistiche, mostrandone chiavi di lettura sottese che neanche l’autore è cosciente di aver usato, se non in modo implicito. Si ha qui un’influenza interpretativa o di fruizione che è il rovescio della medaglia dell’aspetto divulgativo che può assumere l’arte quando veicola un messaggio implicitamente, lo nasconde tra le righe o nell’anima profonda dell’opera. Questi due aspetti sono forse legati al fatto che Arte e Scienza non sono due culture diverse, ma linguaggi tra loro intraducibili, ma che nascono dallo stesso iato fermare i concetti, le idee, la meraviglia; un “unheimliche” positivo che nasce dal mondo circostante e ad esso vuole ritornare, esteriorizzato, filtrato dalla sensibilità e dalla personalità diversa di chi ha esplorato quella visione del mondo; così quest’ultima determina se un’intuizione verrà declinata in modo artistico o tramite congettura scientifica (o filosofica). Un esempio è l’interpretazione scientifica di diversi aspetti della Divina Commedia di Dante Alighieri che parte nel considerare l’opera, avente una natura enciclopedica, e non solo metaforica e allegorica (riporto qui un articolo dei Fisici senza Palestra in merito).

Come l’Arte influenza la scienza

Come l’arte è influenza dalla scienza, così questa può ricambiare tale influenza, avendo un ruolo sia nella divulgazione che nella formulazione delle teorie scientifiche. Questo avviene in diversi modi, e in diversi momenti del lavoro degli scienziati, e anche in questo caso ne ho individuati cinque.

Intuizione: la scienza è fatta da scienziati, i quali, come moltissime persone, possono essere influenzate dall’arte, la quale può portare nuove idee, ispirare l’animo dello scienziato in modo intuitivo o istintivo (vedi Wells o il sogno di Bruno), creando suggestioni… rendendo poi quell’idea, espressa in modo scientificamente accettabile, così da poter essere controllata sperimentalmente. Questo è possibile perché non si dà metodo all’intuizione, e chiunque può avere una e trasmetterla, proprio come Wells fece con Szillard (senza che i due si conobbero mai di persona, ma di questo ne parlerò più in dettaglio in uno dei prossimi articoli).

…e quelle bombe atomiche che la scienza sganciò sul mondo quella notte, erano misteriose anche per gli uomini che le usarono

H. G. Wells,  La liberazione del mondo, 1914

Anticipazione: il fatto che l’arte non ha bisogno di dimostrare le proprie idee (o intuizioni), può arrivare prima della scienza a certi concetti; tale dinamica può avvenire anche perché non deve esprimere i concetti in modo tecnico quantitativo, per cui può focalizzarsi subito sull’essenza e la qualità di un’idea. Questo aspetto è ben esposto da Malvaldi in L’infinito tra parentesi, e da Shlain nella citazione <<Revolutionary art anticipates visionary physics>>. L’anticipazione non è confondere con l’intuizione, perché, a differenza di quest’ultima, non è solo un’idea vaga che fa da miccia ad un’illuminazione, ma sviscera quell’intuizione fino in fondo, dandone una prospettiva o un’analisi. L’esempio più lampante è il dittico di Verne Dalla Terra alla Luna e Intorno alla Luna, in cui non si limita a fantasticare sul viaggio, ma affronta anche aspetti i problemi tecnici da superare per riuscire nel lancio, nel determinare la traiettoria, e riuscire nell’impresa; il tutto diventando una prima linea guida per gli scienziati e gli ingegneri del secolo successivo.

Percezione: l’arte, potendo usufruire di linguaggi diversi, può creare opere che rendano percepibili idee e concetti astratti legati a teorie scientifiche, così come fa con altre emozioni e sensazioni; così come può sfruttare il suo potere per suscitare associazioni, idee e intuizioni tramite sensazioni (con l’uso di analogie, installazioni, pensiero laterale). In questo modo si può creare una doccia di particelle tramite un gioco di luci, figure di Chladni con del riso e una lastra metallica, sinfonie che giocano con immagini sincronizzate come in Cosmos di Neil deGresse Tyson (la sequenza in di New York in IR, VIS, UV. . . che inizia al minuto 41:41 dell’episodio 1×05 Hiding in the Light), etc.

Comunicazione (o divulgazione): non è un modo diverso di influenzare gli scienziati, e la scienza di conseguenza, ma di utilizzare i linguaggi dell’arte per veicolare informazioni e messaggi: una funzione diversa che però può influenzare la scienza sul lungo termine, affascinando e plasmare la visione delle nuove generazioni di scienziati che associano naturalmente certi concetti alle loro rappresentazioni artistiche, influenzando il modo di pensare e ragionare su di essi, sia in positivo (aprendo nuove strade) sia in negativo (sovrapponendo le imperfezioni e le metafore ai concetti stessi). Un esempio storico sono le Christmas Lectures di Faraday, in cui mischiò esperimenti di fisica con il teatro per rendere più comprensibili e visibili e le sue teorie. Uno dei sui eredi, in questo, è sicuramente Walter Levin (professore del MIT), di cui vi lascio qui di seguito quella che forse è la sua lezione più famosa.

https://www.youtube.com/watch?v=xXXF2C-vrQE

Metaforico (o per analogia): con questo intendo il potere di dare spunti e materiale alle materie scientifiche, usando concetti artistici o prese da opere d’arte all’interno della scienza, come ad esempio dare certi nomi a delle specie, ai pianeti (o ciò che li rende caratteristici). Un esempio possiamo vederlo con la fisica dei quark, fin dalla scelta del loro nome:

«Nel 1963, quando assegnai ai costituenti fondamentali del nucleone il nome “quark”, avevo prima il suono, senza lo spelling, che poteva essere “kwork”. In seguito, in una delle mie occasionali letture di Finnegans Wake, di James Joyce, mi imbattei nella parola “quark” nella frase “Three quarks for Muster Mark”. Siccome si intendeva chiaramente che “quark” (che significa, in primo luogo, il verso del gabbiano) facesse rima con “Mark”, nonché con “bark” e altre parole del genere, dovetti trovare una scusa per pronunciarla come “kwork”. Ma il libro rappresenta il sogno di un gestore di pub di nome Humphrey Chimpden Earwicker. Le parole nel testo sono tipicamente prese da diverse fonti, come le parole “portmanteau” in Attraverso lo specchio. Di tanto in tanto, appaiono frasi nel libro che sono in parte determinate da richieste di drink al bar. Sostenni, quindi, che forse una delle molteplici fonti per il verso “Three quarks for Muster Mark” poteva essere “Three quarts for Mister Mark”, in qual caso la pronuncia “kwork” non sarebbe totalmente ingiustificata. In ogni caso, il numero tre si adattava perfettamente al modo in cui i quark appaiono in natura.»

– M. Gell-Mann, The Quark and the Jaguar, Adventures in the Simple and the Complex
Tipologia di legami tra barioni (particelle formate da 3 quark) e mesoni (particelle formate da due quark)

Inoltre, sempre per quanto riguardai quark, essi possiedono un tipo di carica chiamato colore, che si rifanno alla triade dei colori primari della sintesi additiva (rosso, verde e blu), mentre le corrispettive antiparticelle, hanno cariche colori che si rifanno alla sintesi sottrattiva (ciano, magenta e giallo), e ogni triade è un colore secondario nell’altra sintesi.
Ovviamente non è solo un modo per etichettare queste correnti, ma l’analogia risulta utile perché la proprietà con cui interagisco e si legano i quark è legata a un teorema che afferma che: “i quark formano particelle (dette adroni) che hanno carica colore nulla”, e quindi risultano bianchi

In conclusione

Diversi sono i modi in cui Arte e Scienza comunicano e si influenzano a vicenda. Io personalmente ho individuato questi, ma potrebbero essercene molti altri.

Ciò che più mi premeva evidenziare è la come il muro tra due culture, esiste solo come percezione o retorica, e non è un qualcosa di effettivo, e che in molti modi questa presunta barriera viene aggirata, superata, e infranta. Le differenze ci sono, certo, ma ciò non le rende branche del sapere separate e inconciliabili, e lo dimostra anche un altro fatto: ogni modo in cui la scienza influenza l’arte porta un corrispettivo modo in cui l’arte può influenzare la scienza, rendendo a tutti gli effetti queste influenze canali comunicativi bidirezionali, e il legame tra “le due culture” più saldo di quanto si tende generalmente a pensare.

Chiudo, lasciando uno spunto per ciò che verrà: molti dei collegamenti qui accennati, verranno ripresi in futuro e approfonditi, quindi risultano di fatto una panoramica di ciò che prossimamente vederete qui sul blog.

Il muro tra le due culture (3/3) – La terza cultura

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Il movimento di Brockman

Le parole del saggio di Snow ebbero un’enorme influenza, non solo nel generare un dibattito (come appena visto), ma iniziando a smuovere qualcosa per abbattere il muro tra le due culture e risolvere la crisi dei saperi.
Nel 1995, John Brockman, un agente letterario statunitense, per risolvere il primo dei due problemi, pubblica un libro dal titolo La Terza Cultura. Oltre la rivoluzione scientifica per dare più risonanza mediatica e portare al grande pubblico quello che già faceva dal 1981 con il Reality Club dove organizzava periodicamente incontri con artisti e scienziati in un’antologia tematica dove voleva far emergere sistemi di pensiero nuovi per il senso comune.

Per terza cultura intendo l’attività di quegli scienziati che sanno dire cose nuove e interessanti sul mondo e su noi stessi che le sanno raccontare a un pubblico vasto, diffondendo la conoscenza oltre i confini angusti dell’accademia.
[…]
La terza cultura si configura pertanto come l’abbozzo di una nuova filosofia naturale, si configura pertanto come l’abbozzo di una nuova filosofia naturale, incardinata su concetti di complessità ed evoluzione. Sistemi altamente complessi – come gli organismi, il cervello, la biosfera, o l’universo stesso – non rispondono al piano di una mente superiore; sono piuttosto il risultato di una lunga evoluzione. Se abbiamo a disposizione un armamentario di nuove metafore per descrivere noi stessi, la mente, l’universo e tutte le cose che vivono in esso, lo dobbiamo a loro: a questa generazione di uomini che ha saputo forgiare nuovi concetti e immagini.

John Brockman, La Terza Cultura. Oltre la rivoluzione scientifica, Introduzione, p 7 -11

In queste parole si evidenzia come la terza cultura sia il prodotto di una comunità di scienziati che ritornano a parlare con il grande pubblico, che, tramite le ricerche fatte, va a creare nuovi concetti e nuove metafore che toccano noi stessi, nel profondo, e ci introducono alla complessità. In questo senso, dei precursori sono stati Erwin Schrödinger con Che cos’è la vita? e Stephen Hawking con Dal Big Bang ai buchi neri, perché l’attività di divulgazione era scomparsa in America, lasciata ai giornalisti di professione. Il libro di Hawking in particolar modo aprì una breccia e smosse gli scienziati a ritornare a fare divulgazione, ma nel 1995 erano solo alcuni grandi comunicatori a tenere banco. Brockman diede inizio ad una rivoluzione dalla diffusione capillare ancora in corso. Il suo manifesto era indirettamente una chiamata all’azione, ma non alla guerra culturale fine a sé stessa. Non era neanche un’opera volta al debunking, ma volta a informare, a coinvolgere, a incuriosire e a spronare a ricercare e ad approfondire sempre di più.
In sostanza, la terza cultura di Brockman sembra molto diversa da quella concepita da Snow.

Copertina de La terza Cultura di John Brockman

In realtà si tratta di due aspetti della stessa cultura che si pone come obiettivo quello di unificare tutte e tre riportando l’unità nel sapere umano. Infatti, i rappresentanti di tale cultura sono autori/creatori di teorie che non possono essere rilegate entro i confini di un’unica disciplina (i lavori Schrödinger riguardavo la biologia, la genetica, e fisica; quelli di Hawking invece cosmologia e fisica; e in tutti vi era una forte componente filosofica); e questo è dovuto anche ad interessi più vasti rispetti agli scienziati “tradizionali” generalmente rinchiusi nella loro branca dall’eccessiva frammentazione, dovuta alla progressiva specializzazione richiesta dalla ricerca.
In ogni caso, risulta ovvio che questa novità degli scienziati divulgatori che entrano su temi di una certa rilevanza umana non fu presa bene dagli “intellettuali” [N.B. le virgolette sono d’obbligo in quanto si riferiscono a coloro che si arrogano il diritto di essere gli unici a meritare questo appellativo in quanto umanisti, ma il termine più corretto sarebbe “luddisti”], anzi reagirono con un acredine che si spiega solo col senso di sconforto dato dall’ignoranza che provano davanti tali argomenti e il motivo è dovuto al terrore di perdere il monopolio della cultura, ora che il pubblico inizia a leggere i libri degli scienziati. Ma i luddisti non sono stati gli unici a opporsi a questo cambiamento perché anche i loro colleghi ricercatori spesso non rispettano il mestiere del divulgatore; quasi come se, chi traducesse le scoperte in un linguaggio comprensibile al grande pubblico, fuori dalle università e dagli istituti di ricerca, tradisse una loggia massonica o violasse un segreto di stato, senza rendersi conto di quanto questo sia necessario per la società, oltre che alla sopravvivenza della credibilità scienza stessa.

Il paradigma perduto di Morin

Un percorso diverso invece, non direttamente derivato dalle riflessioni Snow, portò anche Edgar Morin ad affrontare il problema della separazione delle due culture: e si tratta in particolare della scissione che discende da Descartes tra natura e cultura. Questa separazione, nell’ambito dell’antropologia stava assumendo aspetti grotteschi, perché lo studio delle culture e delle civiltà fino agli anni settanta del XX infatti, non teneva conto della biologia e del fatto che siamo animali, con delle particolarità che ci rendono sì una specie unica, ma sempre animali, e non si poteva più trascurare questo aspetto. Queste riflessioni vennero riportate in apertura del suo saggio Il Paradigma Perduto che costituisce il prologo della lunga e meticolosa ricerca che portò a elaborare Il Metodo esposto in sei libri in cui tutto il sapere viene visto sotto una nuova ottica dove la complessità viene messa al centro.
L’uomo di per sé è un essere e caratterizzato da aspetti diversi che coesistono (quello biologico, legato alla specie; quello psichico che determina l’individuo; e quello sociale che codipende dalla cultura) per questo bisogna aspirare ad
abbracciare questo mondo nella sua globalità, attraverso un approccio che sia multidimensionale alla conoscenza. Il problema che a causa della progressiva settorializzazione e ad una visione riduzionista del sapere, che porta a concepire ogni situazione solo come la somma delle parti e mai nella totalità, non siamo abituati a questo approccio, e questo anche perché la società e i sistemi formativi attuali sono strutturati sulle singole discipline e non sul dialogo e la relazione tra le conoscenze. E così, come Snow prima di lui, giunge a proporre un modo radicalmente diverso di concepire la scuola, ma di questo ne parlerò in un altro articolo in cui approfondirò anche il pensiero di Morin più in dettaglio.
In definitiva, a differenza della fondazione Edge e il movimento di Brockman che punta alla creazione di una comunità e agisce principalmente tramite la divulgazione, il metodo di Morin punta a riformare la scuola e la ricerca, e in sostanza il pensiero e l’approccio verso tutto ciò che ci circonda, per ritrovare il paradigma dell’unità perduta.
Per fare questo parte da alcuni lavori che lui considera i primi veri passi concreti verso l’unificazione e un approccio alla complessità [N.B. inteso non come approccio alle cose complicate, ma di approcciarsi a affrontare e studiare una cosa (come può essere l’uomo), non riducendolo ai singoli componenti, ma nel suo complesso].

L’emergere della complessità nei lavori di Prigogine

Se il concetto di complessità e la necessità di un dialogo tra le varie discipline vi sembra discendere solo dalla ricerca filosofica sulla condizione umana, in realtà vi state sbagliando. In questo hanno giocato un ruolo diverse scienze come la cibernetica, ma soprattutto i lavori del chimico Ilya Prigogine. Premio Nobel per chimica, ha studiato i sistemi dissipativi in termodinamica e i suoi studi hanno contribuito a cambiare il modo di concepire il tempo e la scienza stessa.

Coda di rondine e violoncelli, quadro di Salvado Dalì del 1983 ispirato alla Teoria delle Catastrofi che defeiniva «la più bella teoria estetica al mondo».

Il tempo e la termodinamica sono legati da un principio che afferma che l’entropia (in un certo senso molto preciso, la misura della quantità di disordine) in un sistema (e nell’universo) aumenta sempre, e questo determina in quale direzione scorre il tempo: nel verso in cui ogni trasformazione produce un aumento del disordine. A questa affermazione si è giunti studiando le macchine termiche nel ‘800, ma le leggi trovate hanno una valenza generale e quindi tali risultati sono stati ovviamente estesi a tutti i sistemi. Quindi si poteva descrivere l’evoluzione dell’Universo in modo deterministico tramite leggi fondamentali in cui l’inerzia e il disordine avevano un ruolo centrale.
Ma la biologia, e L’origine delle specie di Darwin in particolare, contrastavano con l’idea di una direzione prestabilita e unica degli eventi, mostrando la tendenza della natura a creare una complessità sempre maggiore, generando una varietà ridondante e negando anche l’idea stessa di un unico percorso possibile all’evoluzione. È per conciliare queste due posizioni quasi opposte che Prigogine studiò i sistemi dissipativi, e notò che un sistema, quando è abbastanza lontano dall’equilibrio tende a comportarsi in modo imprevedibile. Questo avviene perché allontanandosi dalla stabilità il sistema raggiunge il «punto di biforcazione», che è il punto di congiunzione tra due stati possibili raggiungibili dal sistema, e quale sia l’esito dipende dal cammino percorso dal sistema fino a quel momento.
In sostanza è il punto in cui la storia può prendere due strade diverse. Si tratta di un concetto tratto dalla teoria delle catastrofi di Renè Thom (che forse tratterò in futuro), e che Dalì rappresenta in uno dei suoi ultimi quadri.
L’Universo dell’origine è la cosa più lontana dalla stabilità: si può dire che il Big Bang sia l’attimo di massima instabilità, per cui si può affermare che

Non solo la vita, ma anche l’insieme dell’Universo ha una storia

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza, p.214

nel senso che ha nodi in cui la propria evoluzione ha preso un percorso rispetto ad un altro, come i momenti cardine di un racconto che poteva andare in qualsiasi direzione. In questo modo la dicotomia tra l’uomo e la natura viene superata, ma facendo anche emergere la necessità di rivedere le fondamenta della scienza moderna e ampliando il proprio modo di indagare il mondo con forme diverse di razionalità: un nuovo paradigma. Anche in questa ottica Prigogine e Stengers (nel loro saggio La Nuova Alleanza) evidenziano come sia giunto il momento di un dialogo tra le discipline, perché questa dinamica dei sistemi instabili e la loro sensibilità alle condizioni ambientali, fa emergere la complessità nei fenomeni naturali, la necessità di approcciarsi alla totalità (che è una e si rapporta all’infinita molteplicità delle sue parti, concetto tanto caro a Morin) e di conseguenza, applicando il tutto alla ricerca e alla cultura, ed evidenziando la necessità di ridefinire i rapporti tra le discipline.

Dobbiamo imparare a non giudicare più le varie forme di sapere, di pratica e di cultura prodotte dalla società umane, ma a incontrarle a stabilire nuovi canali di comunicazione.

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza, p.286-287

È in definitiva la terza cultura di Brockman, quella del confronto, del dialogo, dove il fine però è cogliere e lasciarsi ispirare dalle inesauribile creatività della natura.

Una e Trina

Così questa nuova sottocultura ora si manifesta una e trina, per rende tripartita la cultura umana al fine di riunificarla in un’unica entità, attualmente frammentata e divisa da un muro di incomunicabilità.
La terza cultura per sua natura è poliedrica, multiforme, e non facilmente inquadrabile in un’unica manifestazione atteggiamento, in quanto si ha la terza cultura di Brockman e quella di scienziati e umanisti che cercano di creare un
ponte che permetta la comunicazione tra le due culture; c’è anche la terza cultura di Calvino e Levi, di Dante e Galileo, di Escher, di Oberth, di Everett III e Borges, i quali si sono messi in mezzo alla divisione creando crepe nel muro, travalicando ogni divisione attraverso una continua contaminazione; e poi c’è la terza cultura di di ricercatori che abbracciano il mondo umanistico, o meglio, le tematiche legate all’uomo e alle sue attività (dalla cultura al funzionamento della nostra mente, ad esempio) tramite metodologie mutuare della scienza, mettendo così a stretto contatto tutte le sottoculture individuate da Snow in un unico programma che pone al centro l’uomo. In sostanza, un nuovo umanesimo che rende giustizia ad entrambi gli aspetti dell’unica cultura esistente, quella caratterizzante la nostra specie fatta di emozioni, istinto, follia, logica razionalità, curiosità sul mondo esteriore e il nostro, interiore: il matrimonio perfetto tra le antitesi dell’illuminismo e il romanticismo.
È quindi questo il ruolo della terza cultura: quello di riunirle tutte e farla ritornare ad essere unica, in quanto è Una, perché una e una sola è la specie umana; e la via per arrivarci è seguire il metodo di Morin e Prigogine che punta ad una visione complessiva e complessa della realtà come metodologia di ricerca e approccio alla realtà e al mondo circostante.

La terza cultura è tale dal punto di vista antropologico?

Un programma d’intenti che accomuna diverse persone appartenenti a diversi contesti non risulta essere necessariamente una nuova cultura in senso antropologico. Da questo punto di vista è Lee Smolin (sempre nell’introduzione del libro di Brockman), a iniziare ad evidenziare ciò che condividono gli esponenti della terza cultura, oltre a comunicare con i non addetti ai lavori:

  1. l’idea che l’Universo non sia statico ed eterno, ma che si evolve nel tempo;
  2. il pensiero che un’intelligenza superiore creatrice sia ridicola;
  3. la convinzione che in questo mondo complesso e auto-organizzato, le proprietà delle cose hanno una natura relazionale.

Per quanto possano sembrare poche cose in comune, da questi punti discendono conseguentemente molti atteggiamenti che si hanno verso la vita e la società che rende, quindi, gli appartenenti a questa comunità, di fatto, una cultura diversa dalle due precedenti, in particolare il terzo punto. Certamente non è una descrizione completa di tutte le loro peculiarità, e col tempo si sarà particolareggiata maggiormente, ma ciò che emerge fin dalla sua origine, la Terza Cultura risulta essere a tutti gli effetti un nuovo approccio alla realtà e al sapere.

Ma quindi, «La cultura è una sola»?

Sì, per quanto siano diverse le manifestazioni con cui ogni popolo la possa esprimere, per quanto particolareggiata e aliena rispetto alle altre, essa sarà comunque un connubio tra tutte queste sottoculture (o solo una di esse), e per questo si incastrerà nel grande mosaico dell’umanità: specie culturale per eccellenza.
Questo perché alla base di entrambe c’è un approccio unico, frutto della nostra natura, che poi si declina in una miriadi di modi, sia a livello antropologico che a livello personale.
Al centro di tutto vi sono sicuramente la creatività e l’immaginazione, entrambe scatenate solitamente dal senso della meraviglia. Il ruolo di queste caratteristiche nell’arte sono facilmente intuibili, mentre per quanto riguarda la scienza, forse risulta meno evidente ma dalle parole di due dei più grandi scienziati del secolo scorso risulterà sicuramente più chiaro quel legame:

«II believe in intuitions and inspirations. I sometimes feel that I am right. I do not know that I am. When two expeditions of scientists, financed by the Royal Academy, went forth to test my theory of relativity, I was convinced that their conclusions would tally with my hypothesis. I was not surprised when the eclipse of May 29, 1919, confirmed my intuitions. I would have been surprised if I had been wrong.»

“Then you trust more to your imagination than to your knowledge?”

«I am enough of the artist to draw freely upon my imagination. Imagination is more important than knowledge. Knowledge is limited. Imagination encircles the world.»

Traduzione:
«Io credo nell’intuizione e nell’ispirazione. A volte sento che ho ragione. Non so come lo so. Quando due spedizioni di scienziati, finanziati dalla Royal Academy, andarono a testare la mia teoria, ero convinto che le loro conclusioni avrebbero concordato con le mie ipotesi. Non ero sorpreso quando l’eclissi del 29 maggio, 1919, confermò le mie intuizioni. Sarei stato sorpreso se mi fossi sbagliato».
“Allora ti fidi di più della tua immaginazione che della tua conoscenza?”
«Io sono un po’ come un’artista che disegna liberamente sulla sua immaginazione. L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata. L’immaginazione circonda il mondo».

Intervista «Albert Einstein» condotta da “George Sylvester Viereck” in pubblicata su The Suturday Evening Post nel 1929

Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico, è anche un fanciullo posto di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come un racconto di fate. Dobbiamo avere un mezzo per comunicare questo sentimento all’esterno, non dobbiamo lasciar credere che ogni progresso scientifico si riduca a macchine e ingranaggi. L’umanità ha bisogno di uomini d’azione, ma anche bisogno di sognatori per i quali perseguire disinteressatamente un fine è altrettanto imperioso quanto è per loro impossibile pensare al proprio profitto.

Marie Curie, Convegno della Cultura del 1933

La meraviglia è quindi ciò che scatena l’immaginazione, la quale è il motore della conoscenza che, tramite la creatività, è capace di realizzare ipotesi sulla realtà, e con l’ausilio di esperimenti mentali (gedankenexperimente), testare le tesi per creare teorie utilizzando metafore e simboli (quali sono le equazioni matematiche, o le formule chimiche) prima di sottoporle alla prova dei fatti. Così, come gli scienziati usano tali forme espressive tipiche dell’arte a loro modo, creando linguaggi tecnici diversi, così gli artisti usano istintivamente i gedankeneperimente prima di dare alla luce un’opera immaginandosi quale sarebbe il risultato finale e se esso può veicolare ciò che vuole esprimere, ovviamente senza contemplare la sperimentazione artistica vera e propria.

In conclusione

Come sempre, non essere capaci di integrare, rinormalizzare (la società) quando qualcosa diverge, non può che portare ulteriori problemi. Questo si è visto con la scissione del sapere unitario in due culture, con la non accettazione della (allora) nuova filosofia naturale da parte della cultura classicista. In Donne si vede tutto il sentimento antiscientifico che sfocerà più avanti, in particolare nel XX secolo. Così questo conflitto, come buona parte di tutti i conflitti culturali, nasce e si alimenta dalla non accettazione di una rivoluzione concettuale (scientifica prima, industriale poi) che ovviamente costringe a un cambio di paradigma per includere la nuova concezione del mondo e/o del sapere.
Questo è alla base della differenza di opinioni tra Bacon e Donne, Thomas Huxley e Matthew Arnold, Snow e Leavis, ma anche tra Paley e Darwin, Bhor ed Einstein, o tra quest’ultimo e Bergson; e in una certa misura anche del secolare triplice conflitto tra ebraismo, cristianesimo e islamismo.
Non ci resta che sperare nelle parole di Snow, e che col tempo la terza cultura aiuti ad abbattere il muro di incomunicabilità che persiste e, vedendo il dilagare del fenomeno delle echo chamber, rischia di degenerare in un tribalismo di specialisti chiusi nella propria incapacità di confrontarsi.
Questo perché ogni cultura, o meglio sottocultura, non può essere ricondotta interamente ad un’altra, ma tutte compongono il puzzle delle conoscenze e delle capacità umane, e come ogni cosa legata alla nostra specie, riprendendo il pensiero di Morin, è molteplice e unica (in senso di unito, all’interno del tutto) e solo
tramite la relazione tra tutte le sue parti può esprimersi al meglio e progredire, altrimenti il destino sarà la progressiva frammentazione e l’incomunicabilità che porta solo in comprensione, divisione e conflitto: una nuova Babele dove i diversi linguaggi sono quelli caratteristici di tutte le sottoculture. L’unico modo per evitare questo scenario, è creare ponti comunicativi ed educare e divulgare tutte le culture; ed è proprio questo per questo che nasce questo mio progetto.

Cronologia

IV-V d.C. – Marziao Cappella divide il sapere in trivio e quadrivio

1751-1780 – Pubblicazione dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert

1833 – Whewell conia il termine «scientist» facendo un’analogia con «artist»

1844 – Stesura dei manoscritti giovanili di Marx ed Engels

1859 – Darwin pubblica L’origine delle specie

1870 – Riforma scolastica inglese che prende il nome di Educational Act

1879 – Stengers introduce il concetto di darwinismo sociale

1894 – Thomas Huxley pubblica Science and education

1924 – Bohr formula il principio di complementarietà

1926 – Heisenberg formula il principio di indeterminazione

1945 – Pubblicazione Che cos’è la vita? di Schrödinger

1948 – Pubblicazione della teoria della cibernetica di Wiener

1949 – Pubblicazione della teoria dell’informazione di Shanon

1953 – Scoperta della doppia elica del DNA

1958 – Heisenberg pubblica Fisica e filosofia

1963 – Snow pubblica il saggio Le due culture

1966 – Pubblicazione della teoria degli automi di Von Neumann

1981 – Prigogine e Stangers pubblicano La nuova alleanza

1981 – Fondazione del Reality Club

2015 – Suzanne Simard scopre la comunicazione vegetale

2017 – Scoperta la natura indipendenti della Wood Wide Web

Riferimenti bibliografici


[1] Bohr Niels (1965), Quanti e vita Traduzione di Paolo Gulmanelli di scritti tratti dai volumi Atomtherie undNaturbescreibung, Atom Physics and Human Knowledge, Essay 1958-1962 on Atom Physics and Human Knowledge, Editore Boringhieri s.p.a.

[2] Brockman John (1995), Le terza cultura traduzione di Luca Carra dell’opera The Third Culture, Garzanti Editore s.p.a.

[3] Capra Fritjof (1975), Il Tao della fisica traduzione di Giovanni Salio dell’opera The Tao of Physics, Adelphi Edizioni s.p.a.

[4] Heisenberg Werner (2008), Fisica e filosofia traduzione di Giulio Ginoli dell’opera Physics and Philosophy, Il Saggiatore s.p.a.

[5] Morin Edgar (1973), Il paradigma perduto traduzione di Eugenio Bongioanni dell’opera Le paradigme perdu: la nature humaine, Valentino Bompiani

[6] Paolini Marco,(2013), ITIS Galileo, Giulio Einaudi s.p.a.

[7] Prigonine Ilya e Stengers Isabelle, (1981), La nuova alleanza a cura di Pier Daniele Napoletani, traduzione dell’opera La Nouvelle Alliance. Métamorphose de la science, Giulio Einaudi editore s.p.a.

[8] Schettino Vincenzo,(2014), Scienza e Arte. Chimica, arti figurative e letteratura, Firenze University Press

[9] Schettino Vincenzo,(2016), La decima musa. Poesia e scienza, Firenze University Press

[10] Snow Charles P. (1963), Le due Culture traduzione di Andriano Caurugo dell’opera The two cultures: and a second look. An expandend version of the two cultures and the scientific revolution, Feltrinelli Editore

[11] Wiener Norbert (2017), Le cibernetica traduzione di Silvia Leonzi e Giovanni Ciofolo dell’opera Cybernetics, or control and communication in the animal and machine, Armando Editore s.r.l.

[12] Pepel Alessandra, Giovannetti Manuela e Cristiana Sbrana, Lifespan and functionality of mycorrhizal fungal mycelium are uncoupled from host plant lifespan articolo pubblicato su Science Reports del 6 luglio 2018

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