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Musica per esplorazione spaziale

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La Scienza è stata spesso fonte di ispirazione e veicolo di divulgazione, ma anche di promozione di eventi scientifici e di suggestione, e l’esplorazione spaziale non è stata di certo la prima ad accorgersene, ma è quella che di recente ha forse dato tra gli spunti più suggestivi, avvalendosi della musica, facendola diventare una colonna sonora per eventi reale. L’ultimo in ordine cronologico è sicuramente il video di Brian May pubblicato l’ultimo dell’anno canale Queen Official di Youtube.

Nuovi Orizzonti per Brian May

Nel 1992 venne scoperto il primo oggetto della fascia di Kuiper e questo portò a modificare la nostra concezione sulla formazione dei pianeti nel sistema solare, in quanto in questa regione, prima considerata solo formata da comete e piccoli meteoriti o asteroidi (residui dell’origine), è in realtà costituita da una miriade di pianeti nani come Plutone. Fu così che iniziò a diventare molto importante esplorare questo pianeta per comprendere al meglio la nostra storia e il nostro sistema.

Brian May con un modello di Plutone ricavato dopo le scoperte di New Horizons

La missione New Horizons (“Nuovi Orizzonti”) è stata concepita per questo: fotografare da vicino questo pianeta (declassato) e il suo satellite Caronte, mapparne la superficie, analizzarne l’atmosfera e la morfologia. In realtà chiamarlo satellite risulta abbastanza scorretto in quanto il baricentro di rotazione non è interno al Plutone ma è situato tra i due corpi celesti, così da renderli un sistema planetario doppio, unico nel sistema solare.

Infine, avendo 4 lune vere e proprie (Stige, Notte, Idra e Cerbero) la missione poteva risultare interessante anche per comprendere meglio gli esopianeti (pianeti che ruotano intorno ad altre stelle).La sonda, attualmente operativa, ha peso totale di mezza tonnellata (meno di un satellite di telecomunicazioni) e consuma meno di molte lampadine (solo 28 Watt ) per tutta la strumentazione. Il lancio è avvenuto nel 2006 e ha lasciato la terra alla velocità record di 16km/s: in meno di un anno era già a Giove. L’intera sonda è alimentata da una gigantesca batteria di plutonio (elemento scoperto nello stesso periodo in cui si scoprì Plutone e da cui prende il nome) che sfrutta il suo decadimento naturale, e dovrebbe rimanere attiva almeno fino al 2035. Ultima piccola curiosità: la sonda contiene le ceneri di Clyde Tombaugh che nel 1930 scoprì il pianeta (nano). La cover della canzone Uptown Funk fatta dal canale acapellascience riportata qui sotto mostra bene la strumenti della sonda e come sono state recepite i primi dati (le foto ad alta risoluzione sono arrivate 16 mesi dopo) . [Attenzione; video alto contenuto di nerdismo!]

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A pochi giorni dalla ricezioni dei primi dati, Brian May, storico chitarrista dei Queen e dottore in astrofisica, inizia la sua collaborazione con la NASA, e realizza le immagini stereoscopiche di Plutone (che potete vedere a questo link https://www.brianmay.com/brian/brianssb/brianssbjul15b.html#31). Ultimato il fly-by del sistema binario plutoniano, New Horizons ha proseguito il suo viaggio verso la fascia di Kuiper per andare a visitare un asteroide scoperto l’anno precedente dal telescopio spaziale Hubble denomitato 2014 MU69, soprannominato Ultima Thule per coinvolgimento popolare da parte della NASA, e in vista di quell’incontro Alan Stern (principal investigator della missione) chiede proprio a May di comporre canzone per fare da colonna sonora a questo incontro. La canzone, che rappresenta solo l’ultimo dei tanti connubi tra musica ed esplorazione spaziale, è stata pubblicata il 31 dicembre ed accompagnata da un video che illustra il viaggio di questa sonda che, come suggerisce il suo nome, ci sta aprendo nuovi orizzonti e spinge sempre più in là i confini dei mondi da noi conosciuti (anche solo di vista).

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La collaborazione tra Vangelis e L’ESA

La canzone di Brian May non è la prima che fa da colonna sonora ad un incontro di questo tipo. Il suo predecessore fu Evángelos Odysséas Papathanassíou, meglio noto come Vangelis, con la missione Rosetta, che si poneva come obiettivo di raggiungere in dieci anni la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, facendovi atterrare anche un lander chiamato Philae. La missione era stata progettata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e aveva oltre agli obiettivi scientifici erano stati pensati una serie di sottoprogetti a scopo divulgativo, come ad esempio cartone animato a puntate (lo puoi trovare qui nel suo montaggio completo). Proprio con questa ottica l’astronauta dell’Esa André Kuipers (che non c’entra nulla con l’astronomo che da il nome alla fascia in cui si trova ora New Horizons) ha spinto il compositore greco a riprendere il lavoro nel suo studio con l’ausilio del sistema MIDI di sintetizzatori analogici e digitali basato sul “Direct box” (usato per la prima volta nell’omonimo album del 1988), dopo 18 anni di inattività. E così vengono realizzati tre brani: Arrival, Philae’s Journey e Rosetta Waltz, e vengono pubblicati sul canale Youtube dell’ESA a poche ore dall’atterraggio del lander Philae nel novembre 2014.

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Non sono però solo un lavoro su commissione su cui mettere delle immagini o delle animazioni: infatti Vangelis ci ha intravisto il germe di un nuovo concept-album in queste tre composizioni, dove l’estetica è già compiuta e vi è un tema che poteva essere ampliato in un’opera, poi sviluppata in dieci movimenti. L’album completo è stato distribuito a una settimana dalla fine della missione previsto per il 30 settembre 2016 (quando l’orbiter è stato fatto schiantare sulla cometa e sono state spente le comunicazioni), e ha tratto ispirazione proprio dalle videochiamate fatte con Kuipers che, dalla stazione spaziale internazionale, gli raccontava le storie ed esperienze diverse. Al lancio del disco, è stato rilasciato un album trailer dove l’autore si concede a riflessioni sulla musica e l’esplorazione spaziale, rievoca le tappe salienti del viaggio di Rosetta.

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Mitologia, scienza ed esplorazione dello spazio sono temi che mi hanno sempre affascinato fin dalla mia infanzia. E sono in qualche modo collegati con la musica che scrivo

– Vangelis

Mythodea: un tributo all’odissea marziana

L’esperienza di Rosetta non né l’unica né è la prima per Vangelis nell’ambito dell’esplorazione spaziale. Il 13 luglio del 1993 va in scena la premier di Mythodea nel suggestivo odeo di Erode Attico, sul meridionale pendio dell’acropoli di Atene. Si tratta di un’opera interamente scritta da Evangelos Odysseas Papathanassiou e composta da sette movimenti e liriche in greco antico. Nel 2001 (anno a cui risale la precedente citazione) realizza finalmente quel connubio tra musica, mitologia e scienza che sognava da tempo. In accordo con la Sony Classical, riescì a creare un progetto multimediale con l’amico Scott Bolton in cui vennero coinvolte la tv nazionale e la NASA, facendo diventare così quell’opera messa in scena solo una volta il tema musicale della missione 2001 Mars Odyssey, il cui principale obiettivo scientifico era determinare l’abitabilità del pianeta rosso. Per fare questo, la sonda costruita dalla Lochkeed Martin aveva delle sottomissioni: – mappare la composizione chimica della superficie globale;- determinare l’abbondanza di idrogeno nel sottosuolo superficiale;- acquisire immagini spaziali e spettrali sulla mineralogia della superficie;- fornire informazioni sulla morfologia della superficie marziana;- caratterizzare le radiazioni nell’ambiente spaziale vicino a Marte per determinare i rischi per futuri equipaggi umani.

Ho composto il vocabolo Mythodea dalle parole greche Mito e Ode. Sento con certezza che esse corrispondono esattamente a quanto la Nasa sta facendo per esplorare Marte. Qualsiasi cosa noi si utilizzi come chiave di lettura per risolvere il mistero della creazione coinvolge musica, mitologia, scienze, matematica, astronomia. Tutti stiamo lavorando consciamente o inconsciamente al risolvere il mistero universale: chi siamo da dove veniamo, dove andiamo.

– Vangelis

Rendez-vous Houston

Nel centocinquantesimo dello stato del Texas, il direttore musicale della Houston Grand Opera contattò Jean-Michel Jarre per celebrale l’evento con un concerto nella capitale. Per l’occasione la NASA gli chiese di integrare nello show un tributo per la Lyndon B. Johnson Space Center, dato che era il venticinquesimo anniversario di quella fondazione. Lo skyline della città e il progetto lo coinvolsero talmente tanto che scrisse e pubblicò un album di inediti, in concomitanza dell’evento, dal titolo Rendez-Vous. Per realizzarlo collaborò con due astronauti, in particolare (almeno inizialmente) Ronald McNair, il quale era anche un musicista jazz, tanto che il momento culmine del concerto doveva esserci un duetto trai due, tramite un collegamento video in diretta dallo spazio. Purtroppo, McNair morì nell’esplosione dello Space Shuttle Challenger avvenuta il 28 gennaio del 1986. Fu grazie all’amico e astronauta Bruce McCandless che il concerto non venne annullato, ma si trasformò in un tributo alle vittime dell’incidente, e il brano che avrebbe dovuto suonare insieme al collega, Last Rendez-Vous, venne rinominato Ron’s Piece in sua memoria. Quel concerto entrò nel Guinness dei Primati per essere il più grande fatto all’aperto mai fatto, con un milione e mezzo di spettatori e l’intero skyline a fare da elemento scenografico, accompagnando il tutto con giochi di luci, fuochi d’artificio e raggi laser che arrivavano ad essere anche strumenti musicali.

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Le prime collaborazioni

Vorrei concludere questo viaggio con l’evento simbolo dell’esplorazione spaziale, nonché forse la prima grande unione che si ha avuto con il mondo musicale. Era il 20 luglio del 1969 e in diretta sulla BBC i Pink Floyd improvvisarono durante la discesa dell’Apollo 11. Una piccola esibizione per i Pink Floyd ma una grande prima volta avanti per la musica e l’arte, che si è intrecciata di nuovo con la scienza, ma in un modo inedito fino a quel momento. Giunto alla conclusione del viaggio con l’inizio di questa avventura, vi saluto con riportando le parole di Gilmour rilasciate al The Guardian in cui racconta quel momento [l’articolo originale lo trovi qui], e alla splendida musica di questi artisti che hanno saputo dare la degna colonna sonora a questi grandi passi dell’umanità. Buon ascolto, e alla prossima.


It was fantastic to be thinking that we were in there making up a piece of music, while the astronauts were standing on the moon. It doesn’t seem conceivable that that would happen on the BBC nowadays.It didn’t have a significant impact on our later work. I think at the time Roger [Waters], our lyricist, was looking more into going inwards, going into the inner space of the human mind and condition. And I think that was sort of the end of our exploration into outer space.We didn’t make any songs out of the jam session. We did, on occasions, do music live that would be a jam session of some sort; that would have some structure which we would organise ourselves. And I’ve heard documentaries where I recognise my music. It’s very odd to be watching a documentary and to hear something that you know is yourself, but you have no recognition of when you did it or how. I’ve never forgotten Moonhead, though. “

– David Gilmour, My moon-landing jam session, dal The Guarian 02/07/2009

DISCOGRAFIA

Per chi fosse interessato può reperire alcune delle opere sopra citate tramite i seguenti link prodotti della mia affiliazione Amazon:

Articolo pubblicato originariamente nella precedente versione del blog che si trova a questo link: https://lorenzogandini.wixsite.com/xarenios-aes/post/musica-per-esplorazione-spaziale

Le notti stellate di Van Gogh

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Ora voglio assolutamente dipingere un cielo stellato. Spesso ho l’impressione che la notte abbia una ricchezza di colori maggiore del giorno, colorata dei viola, i blu e i verdi più intensi.
Facci attenzione e noterai che certe stelle sono color limone, altre hanno luccichii rosati, verdi, blu nontiscordardimé. E senza insistere oltre, è evidente che dipingere un nero blu.

– Vincent Van Gogh, I miei quadri raccontati da me

Van Gogh amava il cielo quanto i girasoli, i campi, e la ritratti del vivere quotidiano, e questa sua passione, unendosi al suo modo unico di vedere ed esprimere con immensa potenza espressiva i colori, gli fece cogliere delle sfumature (e la scintillazione) che pochi prima di lui avevano osservato con tanta attenzione, e ancor meno sono stati capaci di esprimere quella meraviglia in modi diversi. Questa sua sensibilità lo portò a diverse visioni della notte radicalmente diverse eppure legate in qualche modo, capaci di esprimere al meglio due visioni del cielo: quella classica e che lui conosceva bene grazie anche ai saggi di Flemmarion (molto probabilmente Astronomie Populaire e Les éstoiles et les curiosités du ciel) che l’astronomo scrisse per orientare i lettori al riconoscimento e alla conoscenza delle caratteristiche dei vari corpi celesti (a quanto riportato da Paolo Maffei, vedi i riferimenti in fondo all’articolo), e quella che sarebbe venuta decenni dopo la sua morte, come se avesse percepito qualcosa che la scienza ancora non aveva colto né dimostrato.

La quiete sul Rodano

…finalmente il cielo stellato dipinto di notte, alla luce di una lampada a gas. Il cielo è blu, l’acqua è blu reale, la terra malva. La città è blu e viola. I lampioni a gas e i loro riflessi color oro rosso e sfumano fino al bronzo verde. Sul campo blu-verde del cielo lo scintillio verde e rosa dell’Orsa maggiore il cui discreto pallore contrasta l’oro violento dei lampioni.

– Vincent Van Gogh, I miei quadri raccontati da me

Così Vincent scrive al fratello Theo il 29 settembre 1888, per comunicargli la gioia di aver finalmente catturato in un’immagine qualcosa che da tanto voleva poter esternare sulla tela.

Van Gogh - Notte stellata sul Rodano (1868)
Van Gogh – Notte stellata sul Rodano (1888)

Quando vidi questo quadro, inaspettatamente, in una sala del Palazzo Reale di Milano, venni catapultato nella notte, e tutte le sensazioni di appartenenza, placida malinconia, serenità, come se riuscissi a connettermi con la mia vera casa, riemersero potenti. Non osservavo più un quadro, ma il mio sentire manifestato in quella rappresentazione. Ѐ stato qualcosa di davvero potente. Non mi stupisce che questo dipinto sia la manifestazione della raggiunta maturità dell’artista.Com’è stato possibile realizzare questo effetto? A posteriori, tra i molteplici aspetti tecnici e artistici, a mio avviso ce n’è uno in particolare, cioè che rispecchia la percezione intima e classica del cielo, che è quella che istintivamente si percepisce, anche se non è quella reale (perché spesso la realtà delle cose è controintuitiva), grazie in primis alla sopracitata scintillazione che fa luccicare le stelle, anche di colori diversi, e questo viene riportato con una pennellata minuscola al loro interno; forse è proprio questo effetto ottico ad aver suggerito in qualche modo la classica rappresentazione stilizzata delle stella.La tranquillità degli astri, delle ”vaghe stelle dell’Orsa” si contrappongano alle calde luci cittadine che creano effettivamente quell’atmosfera sognate e romantica riflettendosi sull’acqua del fiume; e sono queste luci tremolanti a caratterizzare il quadro. In quelle strisce di luce illusorie, il colore crea dinamismo e profondità, come è giusto che sia: la placidità e la serenità nel cielo, il movimento e l’azione in terra.

Vortici nel cielo di Saint Remy

Van Gogh ritornò sul tema del cielo notturno meno di un anno dopo, rappresentando la Notte Stellata che si vedeva dalla sua stanza di Sain Remy il 19 giugno del 1889 circa alle 4:00 del mattino.

Van Gogh - Notte stellata (1889)
Van Gogh – Notte stellata (1889)

Questo quadro ribalta drasticamente la concezione del precedente, ed entra in contrasto con ciò che erano le conoscenze dell’epoca.

Qui, il cielo non risulta tranquillo e ispiratore di un certo senso di pace, come si aveva nella visione classica, che si manteneva nonostante si sapesse ormai da tempo che i moti dei pianeti avvengono a grandi velocità, perché il tutto era comunque legato da una certa armonia.

William Parsons – M51 sketch (1845)

Spicca, a rafforzare questo cambiamento, la spirale nel cielo che porta un senso di agitazione, e rimanda alla Via Lattea, anche se non so se Vincent sapesse già che la nostra galassia ha quella forma, nonostante i lavori di William Parsons (terzo conte di Rosse), che mostrarono per la prima volta la natura spiraliforme di alcuni di questi oggetti celesti già nel 1845.

Ѐ molto probabile, in realtà, che sia “Arte rivoluzionaria (che) anticipa la fisica visionaria” citando Leonard Shlain. Per quanto riguarda le  stelle, si può notare un altro grande cambiamento: appaiono come globi luminosi che irradiano energia più che come bagliori scintillanti, e questo mi rimanda subito, nella mia mente, a come gli astri vengono descritti dall’astrofisica: ammassi gassosi sferici che grazie alle reazioni (nucleari) che avvengono al loro interno irradiano energia in tutte le direzioni (e quindi con una simmetria sferica).   Questa visione del cielo, così dinamico e contrasta con la città sottostante, che risulta buia. Forse è l’immobilità della città olandese in quel momento che fa percepire a Vincent un cielo così inquieto, e forse la città è così spenta per il suo distaccamento della realtà sempre più progressivo (dato che lo dipinge in manicomio), così come il cielo potrebbe rappresentare l’angoscia e la follia interiore che sente crescere… o forse semplicemente queste sono tutte speculazioni, ma ciò che rimane è quel ribaltamento della concezione classica, e rispetto al quadro precedente, e ciò risulta davvero affascinante.  Citando vKlabe “…l’insieme vorticoso dei colori e pennellate permette che la luce siderale permetta che si fonda con il cielo, che si fonde con le montagne, che si fonde con il paesino, che si fonde con la natura…”, in un immagine immobile che allo stesso tempo suggerisce un movimento incessante.

Come un quadro di Vincent

Quel movimento costante esiste, ed è composto da moti diversi: quello rotazione della Terra sul proprio asse, della durata di circa ventiquattro ore; quello di rivoluzione intorno al Sole, che avviene in un anno alla velocità di 29,79 km/s; la precessione degli equinozi, che ha un periodo di 25.765 anni (chiamato anche “anno platonico”); e tutto il Sistema Solare orbita intorno al centro della galassia alla velocità di 250 km/s. Ed è proprio con immagine della nostra galassia fotografata dalla sonda Planck vorrei concludere questo nostro viaggio iniziale.

The magnetic field along Galatic plane [ESA/Planck Collaboration]

Questa immagine è stata elaborata il 15 dicembre del 2014. I colori non sono quelli reali, ma rappresentano l’intensità di emissione della polvere tramite la quale, gli scienziati della Collaborazione ESA/Plank, riescono a rilevare la struttura delle nuvole di gas e polvere interstellare presente nella nostra galassia dato che queste si allineano al campo magnetico (per dettagli maggiori vi rimando al link nella bibliografia).  Quelle linee, quindi, che un po’ sembrano disegnate dal tocco di Van Gogh, sono quelle del campo magnetico della Via Lattea: l’unico corpo celeste a tagliare il cielo notturno come il vortice rappresentato nel quadro dipinto a Saint Remy, dimostrando di essere un ottimo esempio di come l’intuizione artistica possa anticipare le scoperte scientifiche. Come evidenziato prima, non so cosa spinse Vincent a dipingere notti tanto diverse dopo così poco tempo, se la sua ossessione come emerge dalle lettere al fratello o altri fattori, ma spesso, perso ad ammirare le stelle, mi piace immaginare, che nel suo inquieto vivere, quel dolore che lo tormentava, gli permise di vedere oltre la realtà che lo alienava, al di là dell’apparente quiete, riuscendo a percepire quello che solo più secolo dopo siamo riusciti a vedere tramite misure scientifiche. Perso in questi viaggi, con le teorie e le conoscenze della fisica attuale, mi chiedo cosa questo immenso artista vedrebbe, e quanto darei poter essere in quel campo con lui (come nella famosa puntata di Doctor Who) e dare una nuova visione alla stelle e al notte che tanto mi hanno dato nella vita.Ha ragione Rimbaud: “Ah! La scienza non va abbastanza svelta per noi!”; e l’unica speranza che abbiamo è ricercare altri artisti rivoluzionari, capaci di anticipare e regalarci visioni che la scienza, solo in futuro, potrà donarci.


BIBLIOGRAFIA
1) Van Gogh – I miei quadri raccontati da me
2) Paolo Maffei – Segni premonitori in artisti di fine Ottocento di teorie e scoperte scoperte scientifiche del Novecento contenuto in Tra Frankenstein e Prometeo. Miti della scienza nell’immaginario del ‘900 a cura di Francesca Montespinelli
3) vKlabe – vKlabe on: Vincent VAN GOGH – l’ultimo serial killer d’animo romantico
4) ESA/Planck Collaboration – The magnetic field along the Galactic plane

Articolo pubblicato originariamente nella precedente versione del blog che si trova a questo link: hhttps://lorenzogandini.wixsite.com/xarenios-aes/post/le-notti-stellate-di-van-gogh

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